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LA RECENSIONE. Chiudi e vai, il taccuino di Calabrò come romanzo filosofico

LA RECENSIONE. Chiudi e vai, il taccuino di Calabrò come romanzo filosofico

 cal1  di MARIA FRANCO

- «Questa Calabria bellissima e dannata. Volete capirla? Venite e fatevi un giro in treno. Prendete un treno e andatevene in giro per questa nostra Calabria come perdigiorno. Osservatela bene, ascoltate i calabresi e cercate di capire in quale stramaledetto pozzo nero ci stiamo andando a cacciare, cercando di fare piazza pulita delle notizie di cronaca nera e grigia, di malapolitica, di progettualità cervellotica, di dati Istat e di lanci d’agenzia che provocano rossori diffusi in chi, ancora si nutre di quel sentimento tenue e silenzioso che è la dignità. (…) Povera Calabria, ridotta come un circo di periferia tra saltimbanchi ingessati e domatori graffiati, il telone rappezzato e le gabbie arrugginite, squattrinata e luccicante di orpelli casalinghi cuciti da sartine di bassifondi. Povera Calabria e povero il suo nome ridotto a barzelletta per risate di lestofanti ubriaconi di valli padane. Povera la mia Calabria così grandiosamente bella nella sua solitudine selvaggia, nella sua natura contaminata da grezzi gesti di noncuranza. (…) Prendete un treno e fatevi un giro su e giù per la Calabria, ascoltando le parole e le speranze di vecchi e di giovani. Ascoltate rabbie e illusioni. Guardate questo mare e questi monti accantonando la superbia e l’ansia dei tempi, e rendetevi conto che, tra ladri e malviventi, tra carogne e adulatori, tra predicatori e scemi, stiamo compiendo tutti, nessuno escluso, ma ciascuno col proprio livello di responsabilità, un misfatto senza prezzo, un crimine senza perdono, una follia senza ritorno. La stiamo ammazzando. E nessuno, e niente, la salverà.»

Antonio Calabrò, il treno lo prende tutti i giorni: per mestiere. «(…) attrezzato di tutto punto, bandiera verde stretta in pugno con la mano sinistra, fischietto al collo, chiave tripla nella mano destra», divisa perfettamente in ordine, cappello d’ordinanza, va su e giù lungo il Tirreno e lo Jonio. Un capotreno che conosce, come e più delle sue tasche, ogni stazioncina, ogni piccolo angolo di mare e di terra che costeggia i binari; che guarda con attenzione tutti i passeggeri, studenti, lavoratori, immigrati, che affronta i mille problemi che la strada comporta (la violenza diffusa, le liti che scoppiano improvvise, le stranezze dei tanti pazzi che non hanno altra casa che i vagoni ferroviari); che ci mette l’anima in un lavoro che era già quello di suo padre e lo fa pensando.

«(…) sono solo un capotreno che cerca un senso all’esistenza. Un capotreno esistenziale, che vaga di stazione in stazione come ha vagato nella vita, sempre cercando di afferrare le redini della comprensione, sempre vedendosele sfuggire proprio quando sembravano salde e sicure. Il mio lavoro è una allegoria della vita, un lungo viaggio, a volte faticoso, a volte piacevole, altre volte dannato. Un viaggio che vale la pensa compiere, anche se si è in galleria o se il sole brucia nel primo pomeriggio di Settembre, nella stazione di Rosarno, crocevia dei popoli dell’era moderna.»

Antonio Calabrò racchiude questa sua lunga esperienza in Chiudi e vai. Viaggi calabresi di un capotreno esistenziale, recentemente pubblicato da Disoblio. Un libro piccolo nel formato e nel numero di pagine e prezioso nel suo contenuto. Una serie di racconti, che si svolgono nell’arco di un anno lavorativo, da un settembre al successivo, e costituiscono un romanzo tra i più interessanti della più recente produzione non solo calabrese.

Una lettura che prende, che si conclude in poche ore, ma su cui – e capita molto di rado – si può essere certi che si tornerà: per gustare gli squarci di lirismo nei confronti dello Jonio tanto amato, con le sue albe dalla bellezza che riempie occhi, pelle, anima e cervello, per rivedere i mille personaggi che popolano le sue pagine (la divertente carrellata dei diversi tipi di ferrovieri; la sagace descrizione degli storti, la simpatia con cui vengono raccontati i giovani, i tanti disgraziati, poveri di testa e di tasche che, nella sua penna, risaltano con la dignità che ogni uomo ha), per confrontarsi con la sua rabbia e la sua voglia di vivere, il suo urlo e il suo incanto.

Un taccuino di viaggio che è, anche, un breve saggio sociologico e un piccolo romanzo filosofico. Chi vuole confrontarsi narrativamente con la realtà attuale della Calabria (e non solo: perché forse mai come adesso la nostra è una vicenda intrecciata a quella del mondo: nella nostra marginalità si può leggere l’universalità della Storia) si fa un ottimo regalo leggendolo.