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IL DOCUMENTO. Quando Bruno Misefari abiurò promettendo una mano al fascismo

IL DOCUMENTO. Quando Bruno Misefari abiurò promettendo una mano al fascismo

misefari   di GIUSEPPE TRIPODI

- Nel numero del 21 giugno 1992 il settimanale ‘Panorama’ pubblicò una lettera dell’otto luglio 1935 con cui Norberto Bobbio (il pontefice dell’antifascismo torinese’ lo chiamava ironicamente Carlo Ferdinando Russo) si rivolgeva a Mussolini e, discolpandosi da un’inchiesta per attività ostili al regime, vantava il suo fascismo adolescenziale e quello dei suoi parenti più anziani, tutti a suo dire fascisti di specchiata fede.

brMisefari   Dal dibattito giornalistico che ne seguì sui maggiori quotidiani nazionali (pro e contro naturalmente) estrapoliamo il giudizio di Paolo Alatri: “Non c’è dubbio che non si legge senza profondo disagio la lettera … all’iniziativa vanno ascritte delle attenuanti … Ma la sentenza non può essere … di assoluzione. C’è in quella lettera un qualcosa di più di quanto forse era necessario, un tono di giustificazione spinta fino ad una certa piaggeria, che dà fastidio e genera tristezza. La rivendicazione dei propri meriti fascisti … è ostentata … in forme che non corrispondono a un rigido senso della dignità”.

L’autore di questa nota, sfogliando il fascicolo del Casellario Politico Centrale relativo a Bruno Misefari e conservato all’Archivio centrale dello Stato in Roma, si è imbattuto in un documento che, pur da contestualizzare, ha inferto un duro colpo all’immagine lungamente venerata dell’Anarchico di Calabria.

Dunque Bruno Misefari, antimilitarista durante la Grande Guerra, esponente di primo piano dell’anarchismo italiano e mondiale (amico di Enrico Malatesta, Angelica Balabanoff, Francesco Saverio Merlino, Matilde Serao, Francesco Misiano), perseguitato dal regime fascista, incarcerato più volte e confinato per più di un anno a Ponza, stava portando avanti, con finanziamenti di suoi amici svizzeri, lo sfruttamento di una miniera di quarzo nel comune di Davoli (CZ); in paese però fascisti e forze dell’ordine mettevano il bastone in mezzo alle ruote e c’era il pericolo attuale che l’impresa, che occupava quasi cento operai, fosse costretta alla chiusura.

Evidentemente per evitare la catastrofe l’antifascista di lungo corso, in data 4 marzo 1934 e “accompagnato dall’ispettore Guido Comm. Charavalloti”, si presentò al cospetto del Vice Questore Guido Leto, futuro potente capo dell’OVRA, e fece mettere a verbale:

“Il signor Misefari Bruno recatosi stamane negli uffici del Ministero davanti a me tiene a dichiarare che fin dal 1923 non esplica più attività politica e ciò, oltreché per ragioni attinenti alla sua professione, anche perché quale militante delle vecchie file del sindacalismo, ha sentito di stare in benevola attesa dello sviluppo del programma sindacalista e corporativo progettato dal Governo per la cui realizzazione vuole anche egli contribuire colla sua ininterrotta opera di valorizzatore delle ricchezze del sottosuolo nazionale e, particolarmente, calabrese.

Gli do dato atto di questa dichiarazione che sarà allegata al suo fascicolo personale.

Firmato: Ing. Bruno Misefari - Guido Leto V. Questore”.

Un’abiura verso il proprio passato condita anche, lo sbirro dovette essere buon consigliere, con quella preponderante e calcolata captatio benevolentiae verso il Governo, rectius derso il suo Capo.

Abiura inutile però perché, dopo qualche mese, Bruno Misefari scopri di essere affetto di cancro al cervello; ne sarebbe morto, dopo cure che lo avrebbero occupato fino alla morte nel giugno 1936, senza poter prodigare le sue attenzioni all’impresa mineraria di Davoli per il buon esito della quale aveva lavorato con grande tenacia e si era disposto all’ignobile passo.

La vicenda merita di essere chiusa dalle inequivoche parole del citato Palo Alatri, nostro maestro di studi storici all’università di Messina, il quale, recensendo un libro di Ruggero Zangrandi (Lungo viaggio attraverso il fascismo,Belfagor 1962, n. 4, p. 476), scrisse che quale il fascismo aveva prodotto guasti profondi “nel corpo vivente di una nazione. Dalla cancrena è difficile proteggersi. Anche uomini che hanno poi saputo dar prova della loro altezza sono stati, in qualche momento, appestati dalla lue”.