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LA PAROLA e LA STORIA. Carnalivari

LA PAROLA e LA STORIA. Carnalivari

 bruegel il vecchio  di GIUSEPPE TRIPODI -

Carnalivari, vicino più dell’italiano Carnevale all’etimologia latina (Carnem-levare), è il periodo dell’anno che inizia sempre il 2 febbraio e termina quaranta giorni prima di Pasqua, cioè con l’inizio della Quaresima (coraìsima).

Dunque il periodo coincide, in tutto o in parte, con il mese di febbraio; quando la pasqua è alta, cioè cade ad aprile, u Carnalivari è longu mentre quando la Pasqua è bassa, e cade a marzo, u carnalivari è curtu.

L’elemento dominante del carnevale è appunto la carne e anche i più poveri devono mangiarne, a costo di fare debiti; a partire dal due febbraio, che è giorno della Candelora, festa della distribuzione al popolo delle candele per la purificazione della Madonna (in tedesco Lichtmess, festa della luce): a la Candilora / cu non avi carni mpigna a figghiola; chi non carne se la deve procurare anche a costo di dare in pegno la bambina.

Si noti la finezza di genere: dovendo impegnare qualcosa che di accettabile per il Banco e in mancanza d’altro, si da in pegno la propria carne (i figghi sunnu o non sunnu pezzi i cori?) ma scegliendo quella di sesso femminile.

Il Carnevale finisce come è iniziato, cioè mangiando carne per l’ultima volta prima della Pasqua il martedì grasso, ultimo giorno di carnevale detto anche Zata (Azzata, Alzata), cioè giorno in cui ci si alza dalla tavola imbandita di cose grasse e ci si predispone al digiuno.

Naturalmente può anche capitare che, pur volendo impegnare cose care per poter comprare la carne e festeggiare adeguatamente, non ci si riesca; allora ci penserà il Re Carnevale a dispensare ai più poveri e ai più sventurati qualcosa di surrogato, cioè la ricotta che è la cosa meno grassa che si può ricavare dalla carne animale: Carnalivari vinni di notti / e ndi purtàu quattru ricotti / ddu frischi e ddu salati / pe’ li pòviri carcirati.

Dunque Carnalivari, come un Babbonatale, porta il cibo buono ai poveri ed ha l’accortezza di scegliere, per chi è carcerato e difficilmente raggiungibile, la ricotta salata che non si deperirà nelle mene del viaggio negli interna corporis della detenzione.

Tanto il Carnevale è spensierato e godereccio quanto la Quaresima è riflessiva e astinente, come appare bene in tante farse popolari nel dipinto Contrasto di Carnevale e Quaresima di Peter Bruegel il Vecchio del 1559 dove il primo avanza ebbro su una grande botte di vino (forse aveva visto il quadro chi aveva coniato il proverbio Carnalivari supra la butti / mangia, mbivi e si ndi futti) e la seconda brandisce una pala con due aringhe sopra.

Insomma a Carnevale tutti, anche i poveri, devono poter mangiare qualcosa di grasso e a Quaresima tutti, anche i benestanti, devono fare penitenza; detto altrimenti, e da un maestro informale dell’antropologia italiana, “sotto un apparente denominatore comune popolaresco e colto insieme, in cui l’ovvietà dei desideri più concreti degli sfruttati e degli oppressi sembra intrecciarsi con ambizioni metafisiche di élites” (Furio Jesi, Carnevale, in Enciclopedia Europea Garzanti, sub voce).

I Carnevali urbani, risalenti a Medioevo o addirittura in età romana quando l’esercizio del divertimento sfrenato (il vino, il mangiare, le donne) era canalizzato in un periodo determinato perché poi la comunità si dedicasse con maggiore alacrità alle attività produttive (semel in anno licet insanire), hanno prodotto una tradizione che sopravvive nelle sfilate che ancora si ripetono in alcune città e sono tanta parte dell’offerta turistica’.

In Calabria, e in quella meridionale in specie, non c’è traccia di questa tradizione urbana e i contadini poco tempo avevano per partecipare a sfilate; sicché, oltre che negli stravizi alimentari, al massimo si registrava qualche visita inaspettata (mpruvvisata ) di ristretti gruppi mascherati che si recavano di famiglia in famiglia lucrando qualche bicchiere di vino e qualche buon boccone; la visita improvvisa faceva insorgere in chi la subiva il ‘diritto alla replica’ e, se avveniva il martedì grasso, poteva essere restituita all’ottava, cioè il martedì successivo.

Nondimeno esiste anche una maschera regionale, Giangurgolo, protagonista di tante farse paesane:

Giangurgulu mi chiamanu ‘o paisi / nescivi all’Aspromunti e sup’a Sila / su’ di custumi e sangu calabrisi:/ riccu di panza e poveru di pila. // Vestutu cu schjavini di tilaru / a strisci janchi e russi ‘nsitinati, /cu chista spata, si mi veni a mparu /tàgghiu sazzizzi e tàgghiu supprezzati. // Partiv’e vinni ccà, ‘nta stu paisi, / pecchì ‘na storia vi vògghiu cuntari, / fujìti genti, e fàtivi ddu risi / ca mo vi parru di Carnalevari (T. Rossi, Spinguli, Bovalino 1997, p. 87). 

Carnalivari! era, ovviamente, anche una invettiva verso chi era inaffidabile o tendente a ridere e irridere con troppa frequenza.