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IL LIBRO. Vent’anni di solitudine di Soriero. Il Mezzogiorno e la strada da fare

IL LIBRO. Vent’anni di solitudine di Soriero. Il Mezzogiorno e la strada da fare

illibri1   di EMANUELE FELICE*

- Vent’anni di solitudine, con un’immagine presa in prestito da Gabriel García Màrquez Giuseppe Soriero sintetizza con efficacia la condizione del Mezzogiorno negli ultimi due decenni: relegato in secondo piano nel discorso pubblico nazionale, abbandonato a se stesso o peggio visto come zavorra del Nord; diviso ormai fra la rassegnazione (di chi crede che non ci sia più molto da fare), la rabbia (di chi crede di essere stato derubato di una prosperità che non aveva), o l’abbandono (di chi se n’è andato, se ne va e se ne andrà).

Giuseppe Soriero è uno di quegli intellettuali meridionali, di radicata tradizione riformista (già segretario del Pci calabrese, sottosegretario del primo governo Prodi, ora docente universitario), che non si rassegna allo stato di cose presente, né si lascia prendere da illusorie tentazioni revanchiste, ma continua a studiare per capire l’economia del Mezzogiorno e opera per cambiarla. Il suo libro, pubblicato per Donzelli (Sud, vent’anni di solitudine, 2014; seconda edizione con prefazione di Romano Prodi nel 2015), offre una puntuale ricostruzione dei venti anni successivi alla conclusione dell’intervento straordinario, dal 1993 ai nostri giorni, e avanza anche qualche proposta. È un libro raccomandabile per almeno due motivi: l’analisi delle recenti politiche per il Sud è accurata, a mio parere, più di altre, e tendenzialmente obiettiva (Soriero non «piange miseria», come si dice, e naturalmente contrasta con forza la retorica populista di segno opposto, quella che ritiene sprecata qualunque cosa si faccia per il Sud); è un libro scritto molto bene, non mancano i riferimenti colti, le trovate di stile, una dote non scontata per questo tipo di letteratura. Lì dove il testo mi appare problematico, è invece nelle soluzioni proposte; cioè nella sostanza delle cose da fare, al di là di una ispirazione generale che pure mi trova concorde.

Mi spiego. Chi scrive non può che condividere il giudizio secondo cui – come scrive Soriero – il riscatto del Mezzogiorno e dell’Italia tutta dipende, al fondo, dalla qualità delle istituzioni, «impersonificate dalle sue classi dirigenti»: e «non bastano misure economiche di qualsivoglia dimensione, se non sono sorrette da garanzie assolute, preventive e consuntive, sulla trasparenza e sui controlli». Ben vengano allora il ruolo dell’Autorità anticorruzione e norme più severe come la revoca degli appalti; dopo il fallimento delle regioni, auspicabile un coordinamento delle competenze sovra-regionali; ma soprattutto, si metta mano a una «riforma strutturale» della pubblica amministrazione, che proceda su due binari, quello dell’efficienza della spesa, ma anche quello della trasparenza. Tutto bene, ma se questi temi hanno l’importanza che l’autore attribuisce loro, forse andavano approfonditi meglio. Riformare l’amministrazione è questione cruciale ma anche spinosa, nella pratica, non facile da attuare per le molte opposizioni (ma scelte che scontentino qualcuno bisogna pur farle). Si intreccia con la riforma della politica, su cui Soriero sorvola con un po’ troppo ottimismo, e che forse andrebbe attuata non tanto nella direzione di un abbassamento dei costi, come spesso si sente dire cedendo a una facile demagogia, ma piuttosto in quella di una maggiore trasparenza e responsabilità. E soprattutto si lega alle più ampie questioni del funzionamento della burocrazia e della giustizia in Italia: cioè all’esigenza di ammodernare, semplificare e snellire le regole con cui operano i soggetti economici, pubblici e privati. Entrambe, burocrazia e giustizia, presentano lungaggini e intoppi superiori a quelli di ogni altro paese avanzato − il che vuol dire incertezza del diritto.

Va detto che proprio su questo, rispetto alla data di pubblicazione del libro, un’importante novità in effetti si è prodotta: nei mesi scorsi la riforma della pubblica amministrazione è davvero arrivata (è stata approvata ad agosto 2015), dopo un po’ sono stati emanati pure i decreti attuativi (gennaio 2016); e a tutto ciò di recente si è affiancata una nuova normativa sugli appalti. Ora attendiamo i risultati, ma forse queste riforme di struttura, nazionali, potranno in effetti avere effetti particolarmente benefici proprio sull’economia del Mezzogiorno – se funzioneranno. Più complesso il discorso sulla riforma della politica, dove dal grande attivismo del governo Renzi è difficile intravedere vantaggi specifici per il Mezzogiorno: le funzioni del nuovo Senato appaiono un po’ confuse e difficilmente favoriranno una maggiore responsabilizzazione della politica locale, come invece sarebbe auspicabile; meccanismi vincolanti per una maggiore trasparenza (come una legge per l’anagrafe pubblica degli amministratori e degli eletti) non sono stati attivati.

Vedremo. Ad ogni modo, questi aspetti pure cruciali rimangono in secondo piano in Vent’anni di solitudine. L’autore dedica invece molto spazio alla logistica, e alla proposta di creare delle Zone economiche speciali a Gioia Tauro e negli altri grandi scali del Mezzogiorno. Seguendo un’idea già enunciata un decennio orsono da Nicola Rossi (Mediterraneo del Nord. Un’altra idea del Mezzogiorno, Laterza 2005), egli nota che il Mezzogiorno ha acquisito oggi una centralità geografica che prima non aveva, essendo diventato il punto di approdo delle grandi navi in arrivo dai mercati in ascesa dell’Oriente. Certo è però che queste opportunità bisogna saperle cogliere (e infatti sono già passati undici anni). Nella descrizione delle potenzialità e degli sviluppi del porto di Gioia Tauro, Soriero è molto chiaro: «Non più la richiesta di incentivi a medio e lungo termine, ma la riduzione immediata e temporanea delle imposte», attivando una «Zona economica speciale», ovvero un’area in cui gli operatori godano di sostanziosi benefici contributi e fiscali (da pagarsi con i fondi di coesione europei). Difficile dire se questa sia la strada giusta, almeno nel caso specifico. In generale è vero che agire sugli incentivi fiscali, in un’area a illegalità diffusa e radicati comportamenti opportunistici qual è il Mezzogiorno, è meglio che puntare sui contributi a fondo perduto i quali, appunto, si (dis)perdono: Soriero fa quindi bene a mettere in risalto questo aspetto. Ma il problema dei porti meridionali, e delle difficoltà che essi trovano nel recepire le opportunità del grande commercio mondiale, non è tanto dovuto ai costi (da ridurre con incentivi), quanto alla normativa: più che di vantaggi fiscali, i grandi porti del Sud (non solo Gioia Tauro, ma anche Taranto, Napoli, e poi Catania, Cagliari) necessitano – di nuovo! – di una semplificazione delle procedure. Questo è quel che dimostra, ad esempio, il recente caso del trasferimento di linee cinesi e taiwanesi dal porto di Taranto al Pireo; ma questo emerge anche dall’analisi che proprio Soriero fa delle recenti difficoltà del porto di Gioia Tauro (che sono legate a contenziosi legali fra le diverse istituzioni presenti nell’area portuale), e credo che valga anche per il caso di Napoli. Sono lo snellimento burocratico e la semplificazione normativa davvero indispensabili, anche per i necessari lavori di ampliamento e per il potenziamento delle circostanti infrastrutture terrestri. È appena il caso di notare che questa riforma delle regole deve avvenire di pari passo con un rafforzamento dei controlli: sembra difficile, ma non lo è, perché in realtà è proprio nelle astrusità burocratiche e nei cavilli che trova terreno fertile l’illegalità.

Anche se si sarebbe potuto dedicare maggiore spazio ad altri temi, purtroppo solo accennati, e ad altre proposte, nondimeno il libro di Soriero si muove nella direzione giusta. È un buon segno. Negli ultimi vent’anni diverse chimere hanno attraversato e incantato il discorso pubblico sul Mezzogiorno: il mito dello sviluppo auto propulsivo (ricordate il Mezzogiorno dei distretti? Dissolto nella crisi economica), quello della pianificazione dal basso (su cui si fondava l’esperienza della neo-programmazione, un sostanziale fallimento per quanto le colpe siano anche del governo centrale), quello di un Sud a macchia di leopardo (impietosamente sepolto sotto i colpi delle statistiche macroeconomiche, a cominciare da quelle della Svimez). Molti intellettuali del Sud si sono lasciati ammaliare da questi discorsi à la page, e anzi ne hanno pure alimentato di altri (ad esempio il mito della Borbonia felix). Da troppo tempo, ha ragione Soriero, siamo davanti al paradosso di un Mezzogiorno senza meridionalismo, «privo cioè di quella incalzante corrente di pensiero che nel passato seppe rappresentare con dignità i diritti dei meridionali». Di tanto in tanto un sasso viene buttato nello stagno, il dibattito si agita, anche se presto le acque ritornano ferme (ricordate l’annuncio del master plan di Renzi, dopo il rapporto Svimez dell’estate 2015 che denunciava come negli ultimi anni il Sud fosse andato peggio della Grecia?). Vent’anni di solitudine, con l’attenzione che ha saputo riscuotere, è una di queste pietre che, giustamente, muovono le acque di un discorso pubblico assopito. Certo non possiamo illuderci: la strada da fare è ancora molta. Ma non bisogna smettere di lavorare affinché un giorno le due «solitudini», quella degli intellettuali critici e quella del Mezzogiorno abbandonato a se stesso, si riconosceranno.

*università “g. d’annunzio” chieti-pescara. Ultimi libri pubblicati dal prof Emanuele Felice: Perché il Sud è rimasto indietro, Il Mulino, Bologna 2014, 16 euro. Ascesa e declino. Storia economica d’Italia, Il Mulino, Bologna 2015, 18 euro.

**Una versione precedente di questa recensione è stata pubblicata sul «Corriere del Mezzogiorno» del 5 agosto 2014.