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LA PAROLA e LA STORIA. ‘Ndrànghita

LA PAROLA e LA STORIA. ‘Ndrànghita

ndranghita   

- ‘Ndrànghita, nel mondo classico.

Seguiamo Paolo Martino, glottologo di vaglia e docente universitario a Roma, poco o nulla inquinato dal presenzialismo mass-mediatico, che ha sviscerato in Storia della parola ndrànghita (in Opuscula I della ‘Biblioteca di ricerche linguistiche e filogiche’ dell’Istituto di Glottologia – Università ‘La Sapienza’ di Roma, 1978, poi in “Quaderni calabresi’ n. 44, 1978, pp. 48-63, da cui citiamo come Martino I, ripubblicato nel 1988 nella ‘Biblioteca…” di cui sopra in forma definitiva con varianti, anche ablative, aggiunte ed integrazioni, col titolo Per la storia della ‘ndrànghita, da cui citiamo con Martino II) le lontane origini e il percorso semantico della parola. 

In principio era Andragathìa, “diffusamente testimoniato, a partire dal V sec. a. C., nelle fonti letterarie ed epigrafiche, … generalmente tradotto <<coraggio, valore, virtù, rettitudine>>, e vi si riconosce un implicito atteggiamento di disinteressato altruismo e generosità che ne fa all’incirca un sinonimo di areté” (Martino I, p. 54); secondo l’opinione di filologi germanici primonovecenteschi lì citati la parola, “… Parasyntheton von aner agathos…” (A. Debrunner) cioè voce riassuntiva di aner e di agathos,   fu usata come sinonimo di <<valore in battaglia>> da Erodoto ma, più propriamente, sarebbe “ … virtù in senso greco, quindi valore dell’uomo e cioè, con riguardo alle conseguenze , … la temperanza (sofrosune) e il senso della giustizia (dicaiosune) appartengono … all’andragathìa con maggior diritto della prodezza” ( SR. M. M. Vock, Martino I, p. 55).

La parola era dunque molto diffusa nella Grecia classica ( Omero, Senofonte, Erodoto, Tucidide, Aristofane, Aristotele) e si conservò, trasfusa prima nelle forme verbali andragathìzomai (‘atteggiarsi ad uomo valoroso’) e andragathèo (‘compio imprese eroiche’) ma con un’estensione semantica più ristretta, nel greco bizantino e moderno come andragàtema, ‘azione virile e bella, impresa nobile e ardimentosa’ ( Martino I, p. 58).

Dall’andragathia, seguendo un percorso dall’astratto al concreto invertito rispetto a quello che normalmente accade, sarebbe derivato andragathos, ‘non attestato direttamente nel greco antico come nome comune e tuttavia ampiamente documentato come antroponimo fin dal IV secolo a.C. in fonti epigrafiche’ ( Martino II, p. 11 n)

Sicché da andragathìa si ebbe ‘ndrànghita, da andragathèo derivò il verbo ‘ndranghitìu-ndranghitiàri e da andràgathos ‘ndrànghitu, uomo d’onore; per tutte e tre le forme dialettali si ebbe la caduta della vocale iniziale (aferesi) (come nell’onomastica dialettale da Andrea si era passati a ‘Ndria), la ‘n’ che c’era nella prima sillaba si inserì davanti alla ‘g’ della seconda nasalizzandone il suono (assimilazione progressiva), e la vocale della terza sillaba da ‘e’ di indebolì in ‘i’ come succede ad altri trisillabi calabresi accentati sulla prima: còfana > còfina; fimmana > fìmmina; zàgara > zàghira( Martino I, p. 60-61).

Da ndrànghitu si passò poi a ndranghitìsta “analogicamente per l’equazione seguente:

Camorra : camorrista = ndrànghita : ndranghitista

Si tratta del’estensione a livello dialettale di un suffisso originatosi nell’italiano letterario” (Martino I, p. 51).

La lineare ricostruzione di Paolo Martino sembrava l’‘uovo di Colombo’ applicato alla linguistica o la ‘semplicità’ brechtiana prima ‘difficile a farsi’ e poi improvvisamente realizzata.

La tesi di Martino incontrava tesi variegate e strampalate e, tra esse, una stravagante e contorta etimologia proposta da Franco Mosino (‘Ndrangheta, la mafia calabrese, in “Lingua nostra”, 33, fasc. 3, 1972, citato da P. Crupi, La ‘ndràngheta nella letteratura calabrese, Cosenza 2013, p. 8), accolta in origine anche dal Rohlfs, secondo cui “… ndràngheta è la società degli ‘ndranghiti, , cioè balordi (i quali) si credono furbi, più furbi della polizia,, ma per antifrasi di sapore ironico usano chiamare balordi, cioè stupidi, sé stessi ( e balorda la loro attività) e furbi gli antagonisti, cioè i poliziotti”.

C’era un’impasse logica e semantica nella proposta del Mosino perché (atteso il fatto che per l’appartenente all’Onorata Società considera sé stesso uomo prudente, valoroso, ardimentoso, nobile) era difficilmente giustificabile, sia pur per antifrasi ironica, un transito di significato da balordo-società dei balordi a ‘ndrànghitu-‘ndranghita in quanto “ … era inammissibile che, per sottolineare il coraggio e la valentia di un uomo, gli si dia del balordo e dello stupido” mentre “ … l’evoluzione semantica opposta, comportante l’insorgere di connotazioni peggiorative che modificano gradualmente un significato originariamente positivo è più probabile …” ( Martino II, pp. 23-24).

All’osservazione di Rohlfs, che non si trovassero tracce documentali sulla andragathìa e i suoi derivati nel lungo tempo che va dalla tarda antichità agli anni settanta del Novecento, Martino ha risposto precisando che esiste quella traccia intermedia esiste ed è la carta geografica della Graecia major di Abrahamus Ortelius che, composta nel 1596 ad Anversa, indica una Lucani Andragathia Regio in corrispondenza della regione montuosa del Cilento (Martino II, pp.28-46).

Quindi la carta di Ortelius testimonia la sopravvivenza ancora a fine Cinquecento di un legame tra una popolazione ritenuta fiera, quindi in linea con il significato classico della parola, come i Lucani e il nome dato alla regione da loro abitata: l’Andragathìa Regio appunto, la terra degli uomini coraggiosi.    

Quindi nella ricostruzione di Martino il passaggio dall’andragatia classica alla ‘ndranghita non era avvenuto direttamente ma attraverso ‘un relitto lessicale di epoca medievale, diffuso probabilmente in tutto il territorio dei temi bizantini d’Italia, dato che è documentato, nel XVI secolo, nella Lucania occidentale” (Martino II, 26).

Il secondo ha pubblicato un libro (SUD ANTICO, Milano 2016) in cui, comparando paremiologie e motti ricavati dalla tradizione classica greca e romana con proverbi e modi di dire propri di aree molto conservative dal punto di vista etnologico ( prima fra tutte l’Aspromonte grecanico), è giunto alla conclusione che ‘la tradizione culturale popolare antica si era in larga parte continuata in età moderna, in quello che oggi chiamiamo folklore europeo, in particolare proprio nel folklore del Meridione italiano” (p.11).