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Il Pd, gli insulti (del/al M5s) e il governo dell'Italia

Il Pd, gli insulti (del/al M5s) e il governo dell'Italia
mobe E’ un argomento inedito quel che furoreggia sui social, ma anche nelle dichiarazioni di stimati esponenti e vecchi marpioni della politica italiana. Si sostiene: non si può fare alcun accordo con chi in passato ti ha insultato dicendo di te peste e corna. E ancora: quale credibilità ci sarebbe tra alleati di governo dopo valanghe di accuse e insulti che ci si è rovesciati addosso? Lo gridano pezzi del Pd e del M5s (e anche della Lega e del centro destra) con una furia senza precedenti. Eppure è quasi impossibile trovare tra gli accordi politici dei decenni scorsi qualche accordo che non sia stato preceduto da segni di disistima, polemiche roventi, insulti feroci.

Nella politica italiana, fin qui, il “Non possumus” è scattato solo per radicali divergenze ideali e culturali (fascismo-antifascismo; comunismo-anticomunismo), diversità nette sulla collocazione internazionale del paese (Nato-Fuori dalla Nato) o insuperabili diversità programmatiche. Su tutto il resto, insulti compresi, è stata sufficiente sempre un’alzata di spalle.

Io me la ricordo la campagna elettorale del 1976, e anche la sua conclusione fissata dalla foto in bianco e nero di un Enrico Berlinguer, fisicamente sempre più striminzito, e un Aldo Moro, con in testa la penna bianca sempre più larga, che si stringono la mano separati dal tavolo. Erano i leader dei principali schieramenti, entrambi convinti da tempo che sarebbe stata necessaria una mediazione e una qualche forma d’accordo tra Pci e Dc per impedire l’implosione del paese. Berlinguer, dopo che Pinochet ha affogato nel sangue la democrazia cilena, è convinto che il Pci non riuscirebbe a governare neanche col 51%. Moro è leader di un partito considerato in declino dopo il disastro delle elezioni comunali dell’anno prima quando i comunisti hanno registrato un picco vertiginoso che sembra annunciare il realizzarsi dell’incubo storico dell’intera politica italiana: il “sorpasso” comunista sui democristiani. Moro deve poi fare i conti con un’agguerrita opposizione contraria a rapporti col Pci che comprende anche Andreotti, già capo del governo che ha tentato il rilancio del Centrismo.

In un clima di crescenti tensioni scandite dal sangue dei terrorismi rosso e nero, dal dilagare di omicidi, scandali e stragi di Stato (vere o presunte), Moro e Berlinguer misurano gesti e parole. Ma i rispettivi eserciti, nel 1976, non ne vogliono sapere. Lo scontro con l’avvicinarsi delle elezioni diventerà cattivo e feroce. L’ultimo governo del paese, diretto da Moro, è durato solo 70 giorni per lo sgambetto dei suoi avversari Dc di ripristinare l’aborto come reato. Il 30 aprile il governo cade. Il 2 maggio, tre giorni dopo, Giovanni Leone, presidente della repubblica, scioglie le Camere e fissa le elezioni per il 20 e 21 giugno. La data viene vissuta dagli eserciti della Dc e del Pci come la battaglia finale per vincere la guerra che dura da trent’anni. Truppe e soldati mirano al cuore del nemico con una radicalità nuova e mai tanto intensa dal 1948.

I democristiani sono i ladri e si stanno mangiando il paese. Lo scandalo della Lockeed, una fabbrica americana che vende aerei accusata di aver distribuito mazzette ai più potenti esponenti della Dc, non lascia dubbi. I giornali sono pieni di dettagli. La Dc è vecchia e corrotta. Il Pci lo ripete in tutti gli angoli delle strade. Nel giorno delle elezioni Scalfari, che proprio nel ’76 ha lanciato Repubblica, cavalca il (presunto) sentire del paese: la Dc “è quella che è e come tale va giudicata. Non è più la Dc il pilastro della democrazia italiana; anzi rischia di esserne il becchino”. Il caso Lockeed coinvolge il ministro della difesa il Dc Luigi Gui, ma anche altri potentissimi Dc. Paolo Guzzanti, sempre da Repubblica, tuona: “Si fanno i nomi di Moro Leone e Rumor”. Aggiunge: “Nessuno crede all’ipotesi di Moro…” ma si capisce che gli altri sono “Antilope” lo pseudonimo dietro cui si nascondono i corrotti secondo voci che arrivano dall’America.

Se i Dc vengono accusati nei comizi, nei caseggiati (l’andare di casa in casa per chiedere il voto agli elettori) di essere ladri e corrotti (dal democristiano vicino di casa al Presidente della Repubblica, che sull’onda dello scandalo poi si dimetterà senza che contro di lui emerga alcuna prova), la Dc non è da meno ad insulti. Il Pci mette a rischio la libertà e la democrazia del paese. Montanelli riconosce che certo la Dc è quella che è, ma bisogna turarsi il naso e votarla ugualmente. Quelle del 20 giugno infatti non sono normali elezioni, si tratta di decidere – rispetto all’assalto comunista che vuole affossare la democrazia - se continuare a garantire la libertà in Italia o accettare un regime. Si deve scegliere tra i corrotti e i nemici della libertà. E’ questo il groviglio di accuse che avvolge il paese. Nessuno rinuncia a far male agli altri: più e peggio degli insulti.

Poi il voto. Il Pci volò altissimo: 34,4% il miglior risultato della sua storia alle politiche. La Dc, smentendo le previsioni schizzò al 38,7. Furono le elezioni dei “due vincitori” che si scontravano nel paese dalla fondazione della Repubblica. Il 31 luglio, 40 giorni dopo (meno di quanti ne sono passati dal nostro 4 marzo), Giulio Andreotti forma il governo. I ministri sono tutti Dc e il governo ha l’appoggio del Pci di Berlinguer. Tra le due date la stretta di mano tra i due leader dei partiti che non si erano mai tanto insultati.