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L’ANALISI. Ma qual è la molla del voto al M5s?

L’ANALISI. Ma qual è la molla del voto al M5s?
reddito Una autorevole parlamentare meridionale Pd si è chiesta in un convegno perché a fronte della scomparsa (di fatto) del reddito di cittadinanza dal programma governativo del M5s non si è registrata alcuna protesta tra gli elettori del Mezzogiorno a cui, in campagna elettorale, quell’obiettivo era stato promesso solennemente. Eppure il reddito di cittadinanza è stato indicato, anche da molti analisti meridionali, come la leva fondamentale del successo dei 5s nel Mezzogiorno. Un successo che ha trascinato i grillini in un exploit che ha modificato in modo sostanziale il quadro politico italiano.

Che dopo il voto non sia stato registrato a Sud alcun sommovimento sul reddito di cittadinanza cancellato, è vero; se si escludono le notizie, decisamente inattendibili e folkloricamente gonfiate, di gruppi di disoccupati che si sarebbero presentati negli uffici comunali per esigerlo. Un fenomeno che, a voler esagerare, avrà al massimo interessato qualche disperato isolato. Insomma, la mancata reazione alla giravolta del M5s c’è stata e che le cose continuino ad andare in questo modo è incontestabile.

L’interrogativo, del resto, è più ampio. Non si capisce perché il M5s dopo aver minacciato a lungo di uscire dall’Unione europea sia potuto diventare europeista senza che nessuno dei suoi elettori si scandalizzasse. Perché non ha pagato pegno per aver proposto un referendum per uscire dall’euro per poi farlo sparire tra l'indifferenza dei suoi seguaci. Perché dopo aver promesso che avrebbe fatto saltare le imposizioni dei burocrati di Bruxelles s’è impegnato nella scrupolosa osservanza del vincolo del 3% deciso dall’Ue nella distrazione generale. Un’oscillazione continua tra un obiettivo e il suo contrario che curiosamente non ha mai penalizzato il M5s nei sondaggi, né soprattutto nel voto.

Insomma, un pasticcio misterioso sembra avvolgere quello che in questo momento è il partito più grande dell'Italia fino e legittimare una domanda: quale rapporto esiste tra gli obiettivi politici indicati dal M5s e chi lo vota? Cioè: gli elettori del M5s lo scelgono per gli obiettivi che propone o indipendentemente da essi e con altre motivazioni?

Se così fosse interrogarsi sulle mancate reazioni alla cancellazione del reddito di cittadinanza sarebbe inutile: il M5s non perde voti quando cambia e/o riscrive obiettivi e programmi (reddito di cittadinanza compreso) perché i suoi elettori (naturalmente la gran parte, non tutti) non sono interessati ai suoi programmi ma ad utilizzare il M5s per prendere la distanza e protestare contro il sistema politico italiano in blocco.

I dati delle elezioni regionali in Molise e Friuli (e prima ancora delle regionali siciliane precedenti al 4 marzo), sembrano coincidere alla perfezione con questa ipotesi. Quando lo scontro si svolge sul terreno generale del sistema politico italiano il M5s balza in avanti con aggressività e determinazione. Così è stato nelle elezioni politiche generali nel 2013 e 2018. Se invece il terreno è quello particolare e ravvicinato in cui gli obiettivi (almeno apparentemente) hanno concretezza immediata il M5s crolla.

Due rapidissime considerazioni. La prima. E’ particolarmente significativo che questa dinamica si esalti soprattutto nel Mezzogiorno dove la mancata soluzione di problemi antichi ha spesso conosciuto una risposta protestataria tanto più ampia quanto più libera. Paradossalmente mai negli ultimi decenni il voto dei meridionali è stata tanto libero come il 4 marzo quando la crisi dei meccanismi clientelari e il mancato finanziamento pubblico e governativo del consenso, indotti dalla contrazione delle risorse disponibili, ha consentito ai meridionali un voto molto meno condizionato del solito. E ancora: se è così vago e non vincolante il rapporto tra gli obiettivi proposti dal M5s e il suo elettorato quanto può essere saldo e resistere il vincolo (che non a caso il M5s vorrebbe controllare per legge) tra il Movimento e i parlamentari eletti? E’ un quesito quest’ultimo che potrebbe segnare la legislatura specie mentre si infittiscono le voci di una possibile raccolta del consenso da parte di parlamentari “responsabili” che non hanno, forse, alcuna intenzione di tornare alle elezioni.