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Ma la Calabria è ancora Europa? E i calabresi si considerano ancora europei?

Ma la Calabria è ancora Europa? E i calabresi si considerano ancora europei?
calabr La Calabria può ancora considerarsi una regione d’ Europa? E in quale misura l’Europa considera la Calabria una regione da tutelare?

Sono domande che, di questi tempi in cui in molti ci chiediamo se ancora la Calabria appartenga allo Stato italiano o se, progressivamente, non ci stiamo allontanando verso le sponde a sud del Mediterraneo, possono apparire accademiche se non prive di reale significato e attualità.

Eppure, mentre il Paese uscito politicamente allo sbando dalle urne il 4 marzo non è in condizione di avere un Governo rappresentativo della maggioranza degli elettori, l’Europa le sue scelte sembra volerle fare, in maniera molto determinata e drastica. A leggere, infatti, le proposte di Bilancio di previsione 2021/27 si scopre che l’UE immaginata da Merkel e Macron dovrebbe tagliare i propri finanziamenti di almeno il 5% per le spese riguardanti l’agricoltura e, addirittura, di oltre il 7% in meno per le politiche di coesione a favore dell’aree svantaggiate del territorio comunitario. Il tutto per finanziare le politiche in favore dei migranti e per la difesa (?).

Come si vede la Calabria, assieme a qualche altra regione del Sud, rischia di allontanarsi di un altro 7% dal resto dell’Europa, rendendosi ormai incolmabile il gap economico e sociale che ci divide dal resto del vecchio continente. E tutto questo sta avvenendo senza che in Calabria si sia levata una sola voce per attirare l’attenzione dei nostri rappresentanti nei luoghi dove queste decisioni vengono assunte. Cioè all’interno delle tecnostrutture burocratiche, che hanno ormai sovrastato ed emarginato il ruolo della politica. Vero è che in Europa viene contestata la scarsa capacità dell’Italia, e della Calabria in particolare, di utilizzare al massimo e al meglio le ingenti risorse europee sinora stanziate, ma questo non significa che si debba rinunciare alle grandi opportunità che il buon uso di questi fondi potrebbe garantire per alleviare i bisogni di una terra oramai uscita fuori dai radar dello sviluppo e dell’occupazione e la cui rabbia ha dato precisi segnali il 4 marzo.

Intanto la vecchia politica in Calabria sembra interessata solo al gioco dell’oca del potere. Dopo aver occupato i primi 40 mesi dell’attuale Consiglio regionale a dibattere se era meglio una Giunta di tecnici, o una Giunta di politici, dando vita a tre governi regionali, che forse non passeranno alla storia, la Calabria del 2018, quando mancano gli ultimi 20 mesi di legislatura è ormai entrata nella spirale infernale della corsa alle candidature e in particolare a quella ambitissima del prossimo governatore. Tra vecchie e nuove aspirazioni, vecchi e nuovi racconti da offrire ad un popolo sempre più sfiduciato e incredulo alle fascinazioni di vecchi e nuovi interpreti di un copione ormai consunto.

Un copione che non parla più della Calabria reale, ma di una regione in idea, come viene raccontata da osservatori non sempre imparziali. La ndrangheta, la mancanza di infrastrutture, la disoccupazione giovanile, la povertà diffusa. Tutto vero, ma tutto maledettamente vago e parziale e cristallizzato nel tempo. Perchè oggi il problema non è solo avere meno disoccupati o essere meno poveri. Il problema di questo Sud, di cui la Calabria è la punta estrema e profonda, è quello di avviare una battaglia seriamente identitaria, con al centro la lotta alla diseguaglianza rispetto al resto del Paese, dell’Europa e del mondo.

Prendendo coscienza che la maggioranza silenziosa dei calabresi, che forse non si esprime ancora con il voto e perciò non ha rappresentanza, reclama il diritto ad avere le stesse opportunità vitali degli altri cittadini italiani in termini di qualità della vita, sicurezza, cura della salute, soddisfazioni immateriali e culturali. In questo contesto dovrebbe cambiare lo stesso modo di approcciare la questione del lavoro. In una società come la nostra in cui alla domanda di occupazione non si può rispondere con vecchie ricette post industriali, ma occorre avere il coraggio e la fantasia, di creare una larga cintura di protezione sociale, per far emergere e valorizzare tante nuove forme di impegno civile e di alternative di lavoro finora sottovalutato, che potrebbero dare risposte insperate e inesplorate ai nuovi bisogni che una società complessa come la nostra sempre di più pone.

In un recente scritto lo studioso catanzarese Emanuele Ferragina, docente di sociologia politica a Oxford e autore, tra l’altro, di “ La Maggioranza invisibile ” ha affermato che: “Dobbiamo superare l’idea che i diritti siano un bene solo per chi è impiegato nell’economia formale. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che il genitore che si prende cura di suo figlio, l’anziano che racconta al nipote una storia, il migrante che lavora in nero hanno pari dignità del lavoratore con contratto a tempo indeterminato (ove questo ancora esista...).”

Si tratta di un sogno o di un’utopia che, in una terra di grandi visionari ( Campanella, Gioacchino, Francesco di Paola...) forse converrebbe coltivare per tentare di dare dignità e rappresentanza a territori e persone, che rischiano di essere ancora di più emarginati e penalizzati dalle scelte politiche dei tecnocrati europei e dall’inettitudine delle classi dirigenti del nostro Paese.