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I DIMENTICATI: giovani e Sud

I DIMENTICATI: giovani e Sud

giovani

Le regioni col più alto tasso di disoccupazione giovanile in Europa. Quelle con più giovani che non studiano né lavorano. Quelle in cui è minima la percentuale di laureati tra chi lavora. Basterebbero queste tre evidenze, contenute nel Regional Yearbook 2018 di Eurostat, diffuso nei giorni scorsi e al centro di una corposa riflessione de L’Inkiesta, per definire l’enormità della questione meridionale italiana, che riemerge carsica da almeno 150 anni. E che, di decennio in decennio, assume sempre più le sembianze di un’emergenza che riguarda i suoi giovani, vittime di una paralisi economica di cui sono vittime sacrificali.

Senza una scuola all’altezza - gli studenti meridionali sono da anni in fondo alle classifiche dei test Pisa e Invalsi -, senza un tessuto economico in grado di assorbirli, senza una rete di protezione sociale che non sia quella famigliare, quando c’è, quello dei giovani meridionali è un percorso a ostacoli che ha pochi eguali nel continente, Grecia esclusa. Così come non ha eguali la distanza che si allarga, di anno in anno, con il nord Italia.

E che giustifica un esodo che, anch’esso, ha pochi eguali nel mondo delle economie sviluppate. Dice il rapporto Svimez dello scorso anno che dall’inizio del millennio se ne sono andate dal Mezzogiorno circa due milioni di persone, la metà delle quali erano giovani. Numeri da carestia, non da Paese membro dell’Unione Europea.

Quel che è più grave, tuttavia, è che si scambia la causa per l’effetto. O meglio, che non si comprenda che l’emorragia di giovani dal meridione è la causa primigenia dell’aggravarsi del suo stato di salute. Che l’incapacità di formare meglio il capitale umano e di non farlo scappare rappresenta l’unica possibile politica di sviluppo del Meridione italiano, l’unica in grado di provare a cambiare un destino che sembra segnato. Che se i giovani scappano la situazione per chi rimane peggiora, anziché migliorare. E non è un caso che negli anni della grande crisi e del grande esodo, tra il 2007 e il 2016, il reddito pro-capite del mezzogiorno sia diminuito in termini nominali di circa 500 euro, mentre quello del nord Italia è invece aumentato di circa 300 euro.

Quanto il mix tra reddito di cittadinanza e politiche attive del lavoro, pure nella sua forma del tutto teorica prefigurata da Luigi Di Maio, sia un palliativo assistenziale, in regioni in cui i centri per l’impiego fanno fatica a mettere insieme un offerta di lavoro, figurarsi tre, lo dice la logica. Così come allo stesso modo ha poco senso “attingere al deficit” o sforare i parametri di Maastricht per sussidi mascherati da flexecurity, laddove invece ne avrebbe negoziare con Bruxelles un poderoso intervento nella formazione scolastica meridionale, o nell’infrastrutturazione digitale del Mezzogiorno. Tutte cose che non portano voti, ne conveniamo, ma che potrebbero portare sviluppo.

E se lo diciamo, nell’imminenza della presentazione della legge di bilancio, è per dare una sveglia anche all’opposizione, paludata tra cene, cambi di nome e ragione sociale, guerre sotterranee tra leader che non contano più un soldo. La gigantesca questione giovanile meridionale è una di quelle battaglie che una forza progressista dovrebbe fare propria, tanto più se per chi è oggi al governo tutto si riduce a mero assistenzialismo, nella più classica tradizione democristiana. Ci pensino, quelli del Pd, quando ragionano del futuro dell’Italia, e del loro futuro