Direttore: Aldo Varano    

L’INTERVENTO. Pd, il partito doppio e muto

L’INTERVENTO. Pd, il partito doppio e muto

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Da giorni, settimane, mesi tutti gli osservatori politici locali, a cominciare dal direttore di questa testata, e nazionali si interrogano su un angoscioso (si fa per dire, ovviamente) interrogativo: il Partito Democratico esiste ancora? Non si sa infatti se ci sarà un congresso, se ci saranno le primarie; si susseguono solo i candidati alla segreteria del dopo Martina. Nomi dopo nomi ma mai una discussione per discutere della linea del partito e del suo stato a dir poco penoso.

Forse ci sarà un congresso prima delle elezioni europee del 2019, o forse dopo, ma il punto vero - e cioè l’identità di una forza politica nata dalla fusione tra ex comunisti, qualche cattolico più o meno democratico e qualche laico - resta sempre sullo sfondo.

Caso più unico che raro nella storia dei partiti politici italiani (e non solo italiani) questo partito non si è infatti mai impegnato dopo la storica sconfitta del 4 marzo (che peraltro ne seguiva altre di non minore entità) in qualcosa che anche alla lontana potesse somigliare ad un’analisi del voto: cioè dove aveva perso, come, perché.

Questo punto resta cruciale perché è da qui che discende la domanda vera sul che fare: tentare cioè di recuperare quella fascia di elettori, simpatizzanti e militanti che considerano il Pd non più di sinistra oppure lasciarsi definitivamente alle spalle quel che resta di una storia per andare addirittura oltre il Pd modellato da Renzi in questi anni?

In questa mancata risposta ci sta tutto il dramma politico del Pd, perché è ovvio che cambiano gli interlocutori e le scelte a seconda della risposta che si dà a quel quesito che – parliamoci chiaro – ha risposte tutt’altro che semplici e scontate. Chi fa il tifo per la prima ipotesi (sembrerebbe il lavoro su cui è concentrato Zingaretti) sa bene infatti che battere il populismo sul suo terreno, senza assumerne le sembianze e diventarne quindi la ruota di scorta, è complicato assai. Ai fautori della seconda ipotesi (all’ingrosso Renzi e i renziani più ortodossi) resta da spiegare come tutto questo non porti inevitabilmente che ad una nuova scissione, una nuova frattura che darebbe a questo nuovo Pd modellato in salsa iperenziana una consistenza tanto flebile quanto innocua.

Ora come ora siamo in ogni caso al partito doppio, che non riesce nemmeno a discutere. Forse hanno ragione coloro i quali sostengono che non si può tenere assieme chi fa il tifo per Corbyn e chi per Macron, ma altra verità incontestabile è che questo partito non esiste più da ben prima del 4 marzo 2018 e la mancanza di una vera discussione è dovuta al fatto che si tenta di evitare quel macigno preferendo navigare in un mare di mediocrità, quel 16-17 per cento in cui un’altrettanta mediocre classe dirigente tenta solo di salvare sé stessa.

Il nome emerso in questi giorni di Marco Minniti come candidato segretario è l’ultimo, per ora, ma ci credono davvero i massimi dirigenti del Pd? E Renzi, di cui tutti più o meno auspicano un passo indietro finalmente vero e non fasullo (anche Romano Prodi auspica ciò, nella sua ultima intervista al Corriere della Sera, nonostante talune ardite interpretazioni apparse anche su questo giornale indichino il contrario), che dice? E’ autorevole, ha chiosato.

In Calabria si segue ovviamente questa deriva nazionale, e non poteva essere diversamente, in attesa di capire cosa si muove a Roma, al di là delle pessime battute autolesionistiche di Richetti o del marasma delle candidature per le Provinciali di Catanzaro e Vibo. Nulla di nuovo, cioè, sotto il sole, nonostante la discreta riuscita della Festa regionale di Rogliano testimoni di come resista un nucleo di volenterosi dirigenti e militanti su cui poter ripartire. Nonostante tutto e tutti, verrebbe da dire.

 La verità, triste assai, è forse consegnata nelle parole dette da un vecchio saggio come Biagio de Giovanni, filosofo e storico esponente del Pci: sulle tre fasi umane del rincoglionimento gli viene chiesto a che punto è giunto il rincoglionimento della sinistra. ‘’Nella fase – dice – in cui lo sanno solo gli altri. La sinistra ha perso il senso dell’orientamento, la memoria e le capacità percettive. Ma non lo sa. Purtroppo’’.