La lezione che viene dal Senegal di Koulibaly. L’Italia è razzista?

La lezione che viene dal Senegal di Koulibaly. L’Italia è razzista?

koulibaly

Kalidou Koulibaly è un ragazzo di 27 anni, di pelle scura scura, è un gigante alto quasi due metri, di professione gioca a pallone, fa il difensore centrale nel Napoli ed è una diga. Dicono che sia molto amato dai compagni. Il pubblico lo adora, se non altro per quel gol spettacolare che fece l’anno scorso all’ imbattibile Juventus, volando mezzo metro più alto di tutti i difensori avversari e schiacciando la palla in gol con una testata magica per potenza e tempismo. Ci sono le foto con Buffon, il portiere più forte del mondo, che osserva con una sguardo incredulo la prodezza del difensore napoletano. E resta lì: guarda la palla entrare. Il Napoli vinse con quel gol all’ultimo minuto.

Giovedì scorso Kalidou è stato il protagonista assoluto della giornata calcistica. Sì, è vero, il suo Napoli ha perso con l’Inter, ha perso all’ultimo minuto e ha perso perché Koulibaly non era più in campo. Si era fatto cacciare dall’arbitro, lasciando la squadra in dieci. Tecnicamente la colpa della sconfitta è sua. Aveva avuto un gesto di stizza dopo aver passato 90 minuti a prendersi i fischi, i buu, gli insulti per colpa del suo essere “negro” - dalla curva interista, imbottita di canagliume razzista. L’allenatore del Napoli ha chiesto tre volte che la partita fosse interrotta: non lo hanno ascoltato.

Eppure Koulibaly, che ha determinato la sconfitta della sua squadra, è il vero e unico vincitore: dopo la partita ha chiesto scusa ai suoi fratelli - ha detto così: fratelli- lasciati a giocare contro l’Inter con un uomo in meno, e poi ha aggiunto delle parole che spero risuonino per molto tempo nelle orecchie di tutti i tifosi italiani. Ha detto: “ Sono orgoglioso della mia pelle nera. Sono orgoglioso di essere senegalese, francese, napoletano: uomo”.

Per questo è lui il protagonista della giornata di calcio. Perché ha impartito una lezione di civiltà, quasi poetica, a decine di migliaia di energumeni ignoranti che vivono allo stato brado la loro “bianchitudine”. Diciamo pure che ha impartito una lezione a tutti noi.

Spesso noi europei ci vantiamo - talvolta a ragione - della grandiosità della nostra cultura e della nostra civiltà. Spesso - a torto ci vantiamo della superiorità. Dico a torto, perché una presunta superiorità nel momento stesso nel quale viene rivendicata sparisce. Per definizione.

Beh, ieri una grande lezione di civiltà ci è venuta dal Senegal. Da un ragazzetto di 27 anni che rivendica non la sua superiorità, ma il suo essere uomo, e il suo appartenere a tanti popoli e a tante nazioni.

Dopo aver doverosamente ringraziato Koulibaly per averci spiegato in quattordici parole cosa sono la civiltà e la tolleranza, e perché sono incompatibili con il razzismo e con il nazionalismo, e cioè per avere sostituito tante centinaia di esponenti politici, di intellettuali, di giornalisti, di maestri, che quelle 14 parole non le concepiscono, e magari nemmeno le capiscono, dopo aver pronunciato questo grazie, dicevo, dovremmo poi porci una domanda: ma l’Italia è un paese razzista?

Una domanda così non è una provocazione, né una domanda retorica o uno slogan. E’ un quesito serio, che può avere diverse risposte.

In genere si giustifica il razzismo popolare descrivendo le grandi difficoltà vissute dai “penultimi”, cioè dai ceti meno forti e più poveri del popolo italiano, quando vengono messi a contatto diretto con gli ultimi, gli immigrati africani, che giungono qui poverissimi, impauriti, con enormi bisogni, con una cultura spesso limitata, con una automatica tendenza all’illegalità. E’ evidente che l’aumento del tasso di povertà e di illegalità, nei quartieri più miseri delle grandi città (o anche delle piccole città, o dei borghi) crea forti disagi, impone prezzi alti ai cosiddetti “penultimi”. Ne peggiora la qualità di vita. Non c’è niente di strumentale, o di non vero, in questo ragionamento. Non sono sicuro che sia sufficiente a giustificare i fenomeni di razzismo.

Quello che non mi convince è che questa sia l’unica spiegazione del razzismo. A me pare che il razzismo si stia diffondendo a macchia d’olio, e stia diventando la vera ideologia - cioè il pilastro ideologico e identitario - di tutto il populismo che sta crescendo nel nostro paese e in altri paesi europei.

Non credo che sia l’unica spiegazione per una ragione molto semplice. Quella parte di ceti poveri, esposti ai contraccolpi dell’immigrazione, è composta da alcune centinaia di migliaia di persone. Il fenomeno di insofferenza verso i migranti, e in particolare verso gli africani, è molto molto più vasto e interclassista. Travolge il popolo emarginato e la borghesia nella stessa misura.

Riguarda milioni di persone, e non è più ancorato a un giudizio sull’immigrazione, ma proprio alla “stranieritudine”, all’ “africanitudine”. Cioè si fonda sull’idea che esista una “disprezzabile altra razza”.

Koulibaly è un africano molto ricco, non c’entra niente con l’immigrazione clandestina è credo - anche una persona colta. L’odio si è concentrato su di lui proprio perché è nero. Ed è difficile immaginare che le decine di migliaia di tifosi scatenati sulle curve e sulle tribune di San Siro ce l’avessero con lui perché i loro quartieri soffrono per la presenza dei centri di accoglienza. Non è così.

Il razzismo in Italia c’è. E’ radicato in vasti strati popolari. E’ in crescita.

Lasciamo che la cose vadano avanti come stanno andando? O esiste un qualche luogo dove ci si deve assumere la responsabilità di combattere il razzismo? L’impressione è che l’unico luogo dove si combatte l’idea razzista sia il vaticano. Le autorità italiane hanno qualcosa da dire?

Mi chiedo se è possibile che la politica decida di dichiarare guerra al razzismo senza trasformarla in una guerra intestina. Cioè che tutti decidano di rinunciare ai vantaggi elettorali che può produrre un ammiccamento al razzismo. Temo di no. Mi sembra che sia la destra che la sinistra siano preoccupate di perdere voti, consensi, temano di essere considerati “elite” se si battono per valori universali invece di cercare di raccattar voti. Se è così non abbiamo speranza. Se è così l’unica luce di civiltà che possiamo scorgere è quel lumicino acceso l'altra sera da Koulibaly.

Spero di sbagliarmi.

*direttore del Dubbio