L’INTERVENTO. La Sinistra e il futuro, quel che dovrebbe fare Zingaretti

L’INTERVENTO. La Sinistra e il futuro, quel che dovrebbe fare Zingaretti

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Le dimensioni del successo della Lega alle elezioni europee e la conferma di questo trend ai ballottaggi e poi per ultimo domenica scorsa in Sardegna hanno smentito l’opinione che si era diffusa tra osservatori e sondaggisti alla vigilia del voto, per la quale i temi che avevano caratterizzato mediaticamente la campagna elettorale (caso Siri, caso Rixi, polemiche sull’antifascismo e sui migranti, contestazioni nelle piazze, scontro continuo con il M5S, esibizione del rosario) avevano finito per logorare Salvini e avrebbero determinato un’inversione rispetto al suo trend di crescita dei mesi precedenti.

Le urne hanno fatto emergere -per l’ennesima volta, verrebbe da dire- un’Italia reale molto distante da quella rappresentata sui media o su twitter. Un’Italia profonda, radicata nelle periferie urbane, nelle aree interne e nei centri medio-piccoli, che ha portato la destra della Lega e di Fratelli d’Italia oltre il 40% dei voti validi, nonostante un calo dell’affluenza che in teoria avrebbe dovuto limitare la sua avanzata. Il M5S, dato in recupero per effetto della polemica mediatica nei confronti della Lega nelle ultime settimane, è andato incontro a un rovescio clamoroso, dimezzando la percentuale e perdendo oltre sei milioni di voti rispetto alle politiche dell’anno scorso. Le analisi dei flussi indicano che questa valanga di voti è finita in larga parte nell’astensione e in parte è stata assorbita dalla Lega. Sul versante del centrosinistra, la lista unitaria promossa da Zingaretti è riuscita a riportare al voto il grosso degli elettori del PD e ad assorbire circa la metà del voto di LeU alle politiche, ma non ha intercettato quasi nulla del flusso in uscita dal M5S, restando sostanzialmente confinata nel recinto sociale del 4 marzo.

Il risultato molto negativo dell’ennesimo cartello elettorale della sinistra radicale ha confermato peraltro quello che l’insuccesso di LeU aveva già reso evidente il 4 marzo dell’anno scorso: nell’Italia di oggi non vi è più alcuno spazio elettorale garantito per il semplice fatto di collocarsi ‘a sinistra’ del Pd, senza una proposta politica che sui nodi decisivi sappia riconnettersi con lo smarrimento e le istanze reali dei ceti popolari. Può essere amaro riconoscerlo, ma oggi il puro richiamo identitario alla sinistra e ai suoi valori di per sé non mobilita più nessuno, al di fuori di una sempre più ristretta cerchia di militanti.

Come non ha senso l’evocazione del Centro inteso come una prateria elettorale che aspetta di essere conquistata, così non basta l’enunciazione di uno spostamento ‘a sinistra’ o il ritorno a una fraseologia più tradizionale per riconquistare il voto degli operai o delle periferie. Dove certo bisogna tornare e provare e reinsediarsi, ma senza illudersi che basti portare lì il verbo progressista, che tanto funziona nei quartieri centrali, magari con una spruzzatina di slogan più cari alla tradizione di sinistra. Serve ormai altro per contrastare una destra che ha sfondato non con la presenza organizzativa, ma con un messaggio politico semplice, brutale, diretto.

Di fronte a un quadro così fluido e composito, ha senso la chiave di lettura della ‘marea nera’ o della ‘deriva fascista’ per interpretare il voto del 26 maggio e capire le ragioni profonde dello spostamento a destra? Ed è davvero questo l’atteggiamento che può consentire di riconquistare la fiducia dell’elettorato in uscita dal M5S? Qui sta un punto decisivo che il centrosinistra dovrà affrontare e sciogliere se vuole uscire dal recinto sociale del 4 marzo, in cui è ancora chiuso. Un punto che viene perfino prima dei contenuti programmatici e anche della manovra politica rispetto al gruppo dirigente del M5S. Per trasmettere l’idea di aver capito la lezione, bisogna anzitutto liberarsi della fatale presunzione di rappresentare l’Italia migliore, come tante volte si sente ripetere in ambienti di sinistra con malcelato disprezzo nei confronti del ‘volgo incolto’ che ha dato credito ai ‘populisti’.

Per una sinistra che voglia riportare al centro con una qualche credibilità la questione sociale, quella del lavoro soprattutto come ha invocato Walter Veltroni, mettere in discussione questi atteggiamenti è allora quasi una pre-condizione per essere presa sul serio. C’è un popolo che si è sentito tradito e abbandonato nella concretezza delle sue condizioni materiali di vita dal posizionamento puramente ‘valoriale’ della sinistra.

Il passo da compere per costruire l’alternativa non è quello di diventare genericamente “più di sinistra”. Se il centro è buon senso, concretezza e capacità di guardare in faccia la realtà, nell’attuale epoca storica questo buon senso può essere qualcosa di molto radicale, ben più di una certa sinistra parolaia e auto compiaciuta. Zingaretti su questo è atteso alla prova del nove, mettendo mano a quel suo partito divorato sempre di più dal correntismo esasperato. Assai tempo non ce n’è.