L’ANALISI. La manifestazione nazionale a Reggio sul Mezzogiorno. Il giorno dopo...

L’ANALISI. La manifestazione nazionale a Reggio sul Mezzogiorno. Il giorno dopo...

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Corriere della Sera, niente. Repubblica, nemmeno. La Stampa, come sopra. Sole 24 ore, neanche a parlarne. Messaggero, come gli altri. Il Fatto, figuriamoci.

Nessun giornale a tiratura nazionale, cioè giornali che sia possibile comprare e leggere dalle Alpi al Canale di Sicilia (se si escludono l’eccezione del Manifesto – titolo foto ed editoriale dello storico calabrese Piero Bevilacqua -, che peraltro tra i quotidiani a diffusione nazionale è il meno diffuso; e la “civetta” bassa dell’Avvenire) ha riportato in prima pagina la notizia che decine di migliaia di persone a Reggio Calabria, organizzate e spinte dai più tre grandi sindacati italiani (Cgil, Cisl, Uil), hanno protestato sfilando sul Corso Garibaldi, per denunciare le condizioni terribili del Mezzogiorno e per chiedere che il paese (l’intero paese) venga rilanciato partendo dal Sud.

Per trovare un’apertura adeguata all’importanza dell’avvenimento in prima pagina bisogna arrivare al Mattino (autorevole, ma non a tiratura nazionale) , che punta tutto (giustamente) contro l’autonomia differenziata; oltre ovviamente alla Gazzetta del Sud (Il Sud è stanco. Dov’è il Governo? si chiede sconfortato il quotidiano siculo-calabrese) e agli altri giornali (non tutti: La Gazzetta del Mezzogiorno non s’è accorta di nulla) meridionali.

È giusto partire da questa sottolineatura. È giusto ricordare che i grandi giornali nazionali, che riempiono le loro prime, e seconde, pagine ogni volta che c’è da massacrare l’immagine del Mezzogiorno attraverso fatti di mafia camorra e ‘ndrangheta, non consumano neanche 1 millimetro del loro “prezioso” spazio di fronte ai tentativi di riscatto della popolazione meridionale e restano lontani perfino dalla disperazione di un popolo che a tratti, anche per come quei giornali lo raccontano, sembra aver perduto perfino la fiducia nella possibilità di un qualsiasi cambiamento, tanto forte e intenso appare il silenzio attorno al dramma che si consuma a Sud.

Eppure la manifestazione nazionale dei sindacati a Reggio era ed è stata l’occasione per raccontare come stanno effettivamente le cose in Italia, non attraverso arzigogolati ragionamenti ma con la forza dei dati di fatto. La denuncia e le proposte della manifestazione reggina, i dati che riproposto, sono parte del cuore del problema italiano. Più esplicitamente: l’Italia non può crescere se non cresce il Sud. Accantonata questa ipotesi resta in piedi solo la rottura, formale o di fatto, tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno. Tertium non datur.

Ricordo alla rinfusa solo qualche dato. L'Italia non cresce e insieme aumenta il divario tra Sud e il resto della penisola. Cioè il NOrd cresce ma il Sud no e  la sintesi è: l'Italia resta sotto la crescita. Noi italiani siamo penultimi in Europa per tasso di crescita del Pil. Una collocazione dovuta la fatto che nel Mezzogiorno il Pil pro-capite è più basso del 45% di quello del Centro-Nord. Ancora: in Italia la disoccupazione ha un picco tra i più alti dell’intera Ue. Ma nel Sud è al 19,4% contro il 6,8% delle regioni settentrionali. A Sud l'inattività è 45,5% ma la media nazionale (che comprende il dato del Sud) è del 34,3%. Al Sud l’abbandono scolastico (quanti non arrivano a un titolo di studio) è al 20%, il doppio del Nord. a Sud i bambini che hanno servizi (quasi) adeguati sono il 5,4% contro il 17% (oltre il triplo) dei loro  coetanei del Nord.

Aggiungo soltanto un altro elemento reso noto da Eurostat, quasi in contemporanea all’iniziativa dei sindacati: quattro su cinque delle Regioni con il tasso di occupazione più basso in Europa sono nel Sud Italia. Regioni con meno della metà delle persone tra i 20 e i 64 anni con lavoro a fronte del 73,1% medio in Ue. I dati Eurostat riferiti al 2018 sono impietosi con la regione peggiore in graduatoria che è la Mayotte (Regione d'oltremare francese che è in Africa vicino al Madacascar) con il 40,8% delle persone tra i 20 e i 64 anni al lavoro seguita dalla Sicilia con il 44,1%, la Campania con il 45,3%, la Calabria con il 45,6% e la Puglia con il 49,4%.

Concludo. Pare perfino elementare capire, se si rinuncia per qualche manciata di minuti alla campagna elettorale che infuria con ferocia nel paese dallo scorso 4 maggio alimentata soprattutto dalla Lega e dai 5*, che se si vuole tornare a far crescere l’Italia bisogna rilanciare il Mezzogiorno.

Le responsabilità sulla condizione del Mezzogiorno non sono di una sola parte politica. C’è chi ha più responsabilità chi meno. Ma nessuno, proprio nessuno, può chiamarsi fuori. Ora siamo invece in una situazione in cui un governo, in blocco senza eccezioni e rimorsi, il governo Salvini-DiMaio, per inseguire i propri interessi diparte (di parte, nemmeno di territorio) si schiera compatto su una linea e strategie che rischiano di assestare un colpo definitivo al Mezzogiorno e all’Italia.

Serve, invece, un grande progetto su strutture e infrastrutture per la modernizzazione e la messa in sicurezza (mi riferisco proprio alla sicurezza fisica) del Sud. Il Sud deve e può produrre ricchezza col proprio lavoro e mettendo regime le sue potenzialità, a partire da quelle geografiche di una terra piantata nel cuore del Mediterraneo, a un tiro di schioppo dall’Africa che, al momento, ha in mano (a partire dal significato in senso fisico) la giovinezza del mondo.

La grande stampa e l’informazione facciano attenzione. Se invece di puntare al futuro e alla sostanza si consumeranno nello scontro del banale in competizione col web nella speranza di frenare la caduta libera delle tirature precipiteranno nell’irrilevanza. E sarà un contributo, che non ci auguriamo, al disastro.