L’INTERVENTO. Pd, neuroni e confusione

L’INTERVENTO. Pd, neuroni e confusione

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Più passa il tempo e meno si capisce che cosa vuole essere il Pd, sentenzia Strisciarossa in una secca nota. Occorre ridare i neuroni alla sinistra, aveva intanto sentenziato Marco Minniti sul Foglio in un lungo saggio.

Sono trascorsi quattro mesi dall’elezione di Nicola Zingaretti e quelli che avevano riposto qualche speranza in un visibile cambio di passo sono in effetti rimasti un po’ delusi. Si aspettavano di più e soprattutto di più chiaro. E invece quel partito a volte sembra come paralizzato nelle sabbie mobili delle lotte tra le correnti e tra le diverse opzioni politiche.

  Scrive Striscia: guardare a sinistra o al centro? Essere radicali o moderati? Parlare ai ceti popolari delle periferie o cullarsi nel consenso della piccola e meno piccola borghesia dei centri storici? Stare con gli operai o con gli imprenditori? Costruire una coalizione competitiva o immolarsi sull’altare della vocazione maggioritaria? Immerso in questo vortice di pensieri contrastanti, Nicola Zingaretti deve faticare molto per non essere travolto. E a volte sembra troppo impegnato a smussare, moderare, sedare, evitare lacerazioni piuttosto che a delineare il nuovo partito che ha promesso durante la campagna per le primarie.

Nell’ultima riunione della Direzione Pd qualche giorno fa un tema che sembra aver messo d’accordo tutti e ha fatto passare in secondo piano il caso Lotti è la cosiddetta vocazione maggioritaria. Il problema – scrive Pietro Spataro, anima del blog di sinistra degli ex Unità - è che se una vocazione del genere può funzionare con il sistema elettorale maggioritario (o vinci tu o vinco io, secondo la regola del bipolarismo), in un sistema proporzionale non serve a nulla. E se poi il sistema politico è tripolare, come ancora è oggi il nostro, pretendere di avere una vocazione maggioritaria può persino apparire un po’ folle. Insomma, una discussione basata sul nulla. ‘’Diciamo la verità: il Pd ne ha molti di problemi. Alcuni sono storici, molti sono irrisolti e certi forse non sono nemmeno risolvibili dopo dodici anni di vita. L’unica cosa certa è che, al punto in cui siamo, quel partito potrebbe anche morire sotto i colpi degli equilibrismi di corrente e delle mediazioni tra gruppi dirigenti se non si interviene in tempo. Per questo sono convinto che senza un colpo d’ala non si risolleverà nulla, neanche con la buona volontà di Zingaretti. E il colpo d’ala non si potrà mai compiere nelle stanze del Nazareno. Né si potrà mai realizzare con le trovate ingegneristiche delle vocazioni più o meno maggioritarie’’.

 Quello che manca al Pd è la vocazione sociale. Infatti: non si sa a chi parli e che cosa dica. Gli manca la forza di rappresentare il famigerato blocco sociale: classi o ceti identificabili, portatori di interessi precisi e disposti a battersi per l’affermazione di un’idea di società. Anche se il mondo è cambiato, il problema resta: il Pd un blocco sociale non ce l’ha. Si è illuso che si potessero tenere insieme pezzi diversi e a volte contrastanti di società (l’operaio e il “bravo industriale” per capirci) per diventare un grande partito nazionale. Ma per essere un grande partito nazionale non bisogna essere un partito pigliatutto. Ma un partito che fa una scelta di campo, che sta da una parte, ci sta in modo radicale e rappresenta soggetti sociali chiari, ha un programma di cambiamento coraggioso e su quello intercetta il consenso anche degli altri attori sociali. E in questo modo davvero riesce a sfidare la nuova destra di Salvini.

Il redivivo Marco Minniti sull’altro fronte (mai come ora si rimpiange il fatto che non si sia candidato alla segreteria del suo partito) nell’articolessa sul giornale di Cerasa e Ferrara parla invece di protezione, di paure, di chiusura, di isolamento ed esalta i Sindaci, un pilastro fondativo del PD. Ora aspettiamo Zingaretti.