COMUNI SCIOLTI PER MAFIA. Tra Nord e Sud due pesi e due misure

COMUNI SCIOLTI PER MAFIA. Tra Nord e Sud due pesi e due misure

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«Nel marzo del 2014 Peppino Falvo venne da me».

«Mi disse che la famiglia De Novara mi avrebbe appoggiato nella campagna elettorale. Franco De Novara [boss di Cirò Marina] in cambio voleva che la figlia venisse nominata assessore. Loro avrebbero provveduto a farmi prendere i voti. Io sono stato eletto con uno scarto di 179 voti rispetto al candidato di centrosinistra e la figlia del boss ha preso 300 voti. Dopo la mia elezione ho effettivamente nominato assessore la figlia. Nella giunta precedente, in cui ricoprivo la carica di assessore all'urbanistica, c'era la sorella di Franco. Lui nel 2009 ne pretese l'assunzione alla Saap (Servizi acqua potabile), poi effettivamente avvenuta». Il sindaco che sta parlando con il magistrato riferisce anche di una riunione per la costruzione di un supermercato tra alcuni amministratori, imprenditori edili e rappresentanti di diversi clan di 'ndrangheta che si conclude con un accordo per una tangente di 11 milioni.

Leggendo tutto questo, si pensa immediatamente a vicende relative a un comune meridionale. E invece no. Si tratta di dichiarazioni del sindaco del comune di Lonate Pozzolo, in provincia di Varese. I magistrati ritengono ormai usuale a molte amministrazioni locali del Nord quello che si è verificato a Lonate Pozzolo. Eppure, nonostante tante inchieste giudiziarie, nonostante tanti arresti per 416 bis di diversi sindaci e assessori settentrionali, nonostante tante interdittive antimafia ad imprese che hanno relazioni con i comuni, il numero delle amministrazioni del Nord sciolte per rapporti con le mafie è assolutamente esiguo. Su 314 scioglimenti solo 6 riguardano comuni del Nord, cioè il 2% del totale. Il numero arriva a 10 se si includono quelle del Lazio e di altri territori fuori dalle quattro regioni di storico insediamento mafioso.

Questi dati sono stati illustrati nei giorni scorsi a Roma da Avviso Pubblico, l'associazione dei Comuni per la formazione civile contro le mafie, in un dettagliato studio sull'argomento. Ciò può voler dire solo due cose: o che gli allarmi sulla presenza mafiosa al Nord sono stati esagerati, oppure che c'è una diversa utilizzazione della legge a seconda dei territori coinvolti.

Leggiamo cosa c'è scritto nella relazione finale della Commissione parlamentare antimafia della passata legislatura: «Anche se alcune aree sono risultate più accoglienti e attrattive di altre, nessun territorio del Nord può essere più considerato immune. Si tratta di un movimento profondo e uniforme che interessa la maggioranza delle province settentrionali e che è stato favorito da diffusi atteggiamenti di sottovalutazione e rimozione che fino a tempi recenti hanno coinvolto larga parte della popolazione e anche personalità e protagonisti della vita pubblica. L'ampia ricognizione svolta nel corso delle missioni in tutte le regioni settentrionali ha confermato la presenza pervasiva dei clan nel tessuto produttivo delle aree più dinamiche e ricche del Paese. Numerose inchieste hanno in vari gradi coinvolto le amministrazioni locali, segnalando preoccupanti episodi di corruttibilità in seno alla pubblica amministrazione e alla politica, con le quali le mafie si relazionano con estrema spregiudicatezza e senza fare differenze tra schieramenti e partiti politici».

Dunque, come mai, alle luce di queste argomentate considerazioni, gli scioglimenti sono così esigui? Il differente uso dello strumento «scioglimento» a quale logica corrisponde?

Sicuramente a una disparità di valutazione delle Prefetture (e quindi dell'indirizzo del ministero degli Interni) sul sistema degli enti locali meridionali e di quelli centro-settentrionali, e a una diversa valutazione dell'impatto sulla opinione pubblica nazionale e internazionale dello scioglimento tra un grande comune e uno piccolo, tra una media città del Centro-Nord e una calabrese, tra alcuni dei capoluoghi lombardi e i comuni campani, tra un capoluogo di provincia emiliano e uno siciliano.

 L'utilizzo discrezionale di questo strumento fin dalla sua entrata in vigore è stato oggetto di non poche critiche, ma se si vanno ad approfondire le relazioni che sono alla base di tanti scioglimenti si può capire meglio il diverso atteggiamento delle autorità preposte. In molte relazioni, accanto alla descrizione di episodi di sicuro condizionamento mafioso, si fa riferimento a reiterati casi di cattiva amministrazione, di corruzione, di abuso di potere, di clientela, di parentela di diversi amministratori con appartenenti alle cosche criminali. Fenomeni gravi, seri, preoccupanti ma che spesso non hanno alcuna relazione diretta con l'infiltrazione mafiosa. Quasi a voler dimostrare a tutti i costi che la presenza mafiosa è causa dal degrado amministrativo, politico, sociale.

Cosa vera nella stragrande parte dei casi, ma non si deve dimenticare che le mafie al Nord riescono a convivere stabilmente con amministrazioni efficienti e con il buon governo locale. Ed è forse proprio questa circostanza che spiega il raro ricorso allo scioglimento per mafia dei comuni del Nord. La loro efficienza, il loro buon governo li lascia ritenere esenti da infiltrazioni mafiose. Niente di più sbagliato. Se è del tutto possibile che ci sia degrado e cattiva amministrazione senza presenza mafiosa, è altresì possibile una infiltrazione mafiosa anche laddove c'è una tradizione di buon governo e un buon funzionamento dei servizi.

Tra i tanti motivi che hanno impedito alla società del Nord di prendere atto di ciò che stava avvenendo nel campo criminale, c'è stato un errore di valutazione grave, cioè l'idea delle mafie come fenomeno esclusivo di aree arretrate, di degrado sociale e di cattiva amministrazione, per cui non avrebbero mai potuto attecchire in zone sviluppate e ben amministrate, perché imprenditorialità, benessere e civiltà le avrebbero tenuto lontane. Ma le mafie si sviluppano anche laddove c'è un alto senso civico, perché il loro punto di attacco non è nella cultura ma nell'economia e nelle istituzioni. Le mafie possono convivere con un alto tasso di civismo e al tempo stesso condizionare la vita amministrativa locale.

Ed appare del tutto sproporzionato il fatto che in tantissimi comuni meridionali siamo al secondo e al terzo scioglimento mentre non ce n'è nessuno in regioni a velocissimo radicamento mafioso. La Campania e la Calabria sono le regioni più interessate dai plurimi scioglimenti (rispettivamente 22 e 21). In particolare è la Provincia di Reggio Calabria quella in cui si trova il maggior numero di comuni sciolti più volte, seguita da quelle di Napoli, Caserta e Salerno.

C'è qualcosa che non va se la presenza 'ndranghetista viene così massicciamente individuata nei comuni calabresi mentre quando gli stessi clan operano al Nord (utilizzando le identiche modalità di relazioni con gli amministratori locali) sono diversamente considerati dalle prefetture. Il potere discrezionale della legge è troppo ampio, e la sproporzione tra comuni sciolti al Nord e al Sud ne è la più concreta dimostrazione.

*Storico, è docene di storia delle mafie presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. 
**Questo articolo è già apparso sul Mattino di Napoli.