L’ANALISI. La scissione di Renzi e l’infinita transizione italiana

L’ANALISI. La scissione di Renzi e l’infinita transizione italiana

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Può sembrare un paradosso, ma la decisione di Renzi di lasciare il Pd per dar vita a Italia Viva (Iv) pone interrogativi di straordinaria importanza non sulla nuova creatura renziana la cui prospettiva (si realizzi o no, si condivida o meno) sembra chiara, ma soprattutto su altre due questioni: il governo e il futuro del Pd.

La prima questione racchiude le domande sul Conte Due. Dopo la scissione si è indebolito gravemente fino a rischiare la caduta o no? Durerà? E quanto? Sarà sempre sotto ricatto e verrà paralizzato da veti e contro veti? La pioggia di opinioni e quesiti è spesso sganciata dagli argomenti e talvolta perfino in contrasto con essi. Al momento siamo di fronte a sensazioni, stati d’animo e consistenti furbizie che riempiono i giornali e assorbono quasi per intero il sistema mediatico che assedia la politica.

Il tema quasi cancellato invece è quello ben più importante: quale sarà il futuro destino del Pd dopo l’uscita della componente renziana? Che sia questo il punto centrale è fuor di dubbio perché la vita e l’esistenza del Pd, la sua traiettoria antica e presente e le tradizioni in esso confluite dopo numerosi esperimenti politici, ha fin qui garantito, anche dall’opposizione, il sistema politico che abbiamo conosciuto dal momento in cui è iniziata in Italia la cosiddetta transizione (mai chiarito fino in fondo verso dove).

Sul Conte Due la valutazione (escludendo irruzioni irrazionali sempre possibili) è semplice: resterà in vita fino alle prossime elezioni. O quasi. Comunque fin dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Quest’affermazione così netta non è azzardata nonostante le perplessità diffuse. Non soltanto quelle di Salvini e dell’intero centro destra, ma anche quelle che vivono nell’arcipelago del sentire di sinistra. E’, per esempio, imbarazzante leggere o sentir ripetere uno accanto all’altro due argomenti in radicale conflitto. Da un lato, si dice che Conte s’è infragilito perché Renzi innescherà meccanismi che porteranno rapidamente al voto facendo un favore (sia pur involontario) all’odiato nemico. Dall’altro, si sottolinea che Renzi è debole e che quindi ha maledettamente bisogno di tempo per organizzare e rendere efficienti le sue truppe. Quest’ultima considerazione è decisamente corretta (tutti i sondaggisti danno Renzi sotto il 5) ma è proprio per questo, per la necessità del tempo, che il senatore di Firenze sarà il più convinto sponsor della longevità del governo, come si capisce anche dalle cose che dice ogni volta che apre bocca.

La verità è che Renzi restando dentro il Pd avrebbe alimentato, per responsabilità sua e degli altri, contrasti e tensioni su una miriade di problemi. Mentre Renzi fuori lavorerà per la stabilità e la durata del governo che, quindi, dalla sua scissione dal Pd ci guadagnerà. Non è difficile, del resto, capire che diventa impossibile l’unità di un partito e il tendenziale azzeramento delle fibrillazioni se convivono i vincitori e gli sconfitti. Quelli che hanno perduto l’appuntamento decisivo del referendum costituzionale e quelli che hanno contribuito a vincerlo organizzando i Comitati del No. Quelli che hanno fatto del jobs act uno dei fiori all’occhiello del governo e quelli che hanno organizzato il dissenso contro. Lo stesso Renzi è arrivato alla conclusione che “si debba prendere atto… che “le nostre idee… non possono essere tutti i giorni oggetto di litigi interni”. Ora sarà interesse di Iv, al contrario di prima, calmare le acque come sembrano dimostrare dichiarazioni e cautele che Renzi ripete ogni volta che può.

E il Pd? Tutta l’area socialdemocratica europea, di cui il Pd fa parte, è dentro una crisi che registra dissensi perfino sulle radici del fenomeno i cui sbocchi restano al momento imprevedibili. La teoria che le difficoltà siano conseguenza della crisi economica degli ultimi anni non sembra capace di spiegare interamente quel che è successo né, fino a oggi, ha costruito risposte efficaci. In Italia si aggiunge una specificità non irrilevante: nel nostro paese c’è stato il più forte e duraturo partito comunista esterno all’area dell’Urss e la più debole presenza dell’area socialdemocratica. Non è casuale il piovere sulla sinistra di un numero altissimo di scissioni nessuna delle quali finita bene.

La sensazione è che in Italia più che altrove non si siano chiusi i conti col groviglio del Novecento e che nel Pd (in cui sono confluite radici che non sono certo estranee alle svolte più drammatiche di quel secolo) siano rimaste in grande maggioranza forze bloccate dalle tradizioni più antiche tanto gravose da impedire nuovi innesti. Da qui, forse, in carattere infinito della longevità italiana della cosiddetta transizione.

Forse tutto il dibattito sulla dispersione delle radici della sinistra andrebbe trasformato in una ricerca su radici nuove riformiste e democratiche capaci di affrontare e dare risposte al nostro presente storico. Sarà in grado il Pd di dar corpo a un’operazione del genere senza potenti stimoli estranei alla sua glorioso tradizione? Da qui l’ipotesi che Iv oltre a rafforzare Conte 2 possa dare una mano a un Pd che se vuol sopravvivere dovrà conquistare territori nuovi.