L’INTERVENTO. Lo scontro nel Pd in Calabria e l’urlo inascoltato dei suoi elettori dal 2018

L’INTERVENTO. Lo scontro nel Pd in Calabria e l’urlo inascoltato dei suoi elettori dal 2018
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Le vicende politiche che coinvolgono il Pd calabrese, per la loro surrealistica complessità, per la genesi e l’imprevedibile evoluzione, sfuggono senz’altro ad una interpretazione che possa richiamarsi alla cosiddetta “politica politicante”.  I canoni della politica normale sono, d’altra parte, del tutto insufficienti.

 Forse, perciò, non guasta un richiamo alle vicende ribellistiche delle realtà sudamericane o della stessa Spagna senza aspettarsi l’incanto delle “Storie Ribelli” di Luis Sepulveda. La guerra civile spagnola prese l’avvio da un atto di ribellione nei confronti del governo centrale ritenuto sordo ed inetto. Il sollevamento preso il nome di “alzamiento” o addirittura di un “assalto al cielo”.  Le forze che lo sorressero nella prima fase furono i “legionari” – militari professionali, disciplinatissimi e combattivi - di stanza in Marocco che costituivano il famoso “tercio de extranjeros”.

Sotto questo profilo l’adunata del Teatro Comunale di Catanzaro rappresenta il culmine e l’apoteosi dell’Alzamiento: il sollevamento è quasi ad un passo dall’assalto al cielo e dalla vittoria finale. Dopo Catanzaro, I tercios mostrano ancor più ardimento e compattezza. Sull’altro versante le forze lealiste evitano lo scontro diretto, sono fedeli al potere centrale e non dubitano che l’alzamiento sarà prima o poi schiacciato magari con qualche editto ed auspicabilmente senza spargimento di sangue. Sperano nell’arma micidiale della “moral suasion”.

Il fronte lealista merita attenzione: esso è variegato. Non ha un’identità comune ma è sorretto, tranne qualche lodevolissima eccezione, dal collante dell’anti-alzamiento. Un eventuale successo del golpe comporterebbe una vera e propria mattanza dei capitani lealisti. Di qui la loro assoluta dipendenza dal potere centrale e la loro instancabile permanenza nell’anti sala della “camera reale”.  In una regione priva di un’autentica autonomia è evidente il peso che si acquisisce se si ha diritto a sostare nei paraggi della stanza del potere.

Fuor di metafora, chi rifiuta di schierarsi in questa lotta fratricida, chi non vuole essere trascinato in una polemica che alza i toni e riduce il tutto ad inaccettabili personalismi, può legittimamente auspicare che la politica si riappropri del suo ruolo e rifletta sulle condizioni generali della nostra regione?  Il dibattito sul risultato del marzo 2018 in Calabria non è stato neppure avviato. L’urlo di protesta degli elettori nei confronti del Pd è rimasto inascoltato. L’impercettibile incremento delle europee ed ora l’insperato successo dei governisti sembrano aver cancellato il baratro nel quale è crollato il nostro partito. Il dibattito si svolge come se il Pd fosse ancora la forza egemone, sia in termini di consenso che di proposte, in grado di imporre leadership personali di governo.

Ripiegarsi sui problemi interni di partito contribuisce ad accrescere ancor di più l’estraneità del Pd rispetto alle problematiche vere della Calabria.  

Proprio in questi giorni l’Outlook regionale 2019 di Eurostat mostra che la Calabria è al penultimo posto della graduatoria di occupazione della popolazione di 20-34 anni “istruita” a distanza siderale dalla media europea. Fanno meglio di noi persino le   zone montuose della Turchia! L’alzamiento con la reazione che ha suscitato, di fatto, si è tradotto e si traduce in un processo di ulteriore estraniamento del Pd rispetto alla realtà calabrese.

De Mita suole ripetere che i tatticismi, i toni alti, i processi autoreferenziali denotano una sola cosa: l’assenza del pensiero. Moro con le sue lunghe relazioni congressuali ci ha insegnato che prima occorre leggere la realtà nella quale si è chiamati ad operare, poi individuare le risposte possibili, poi ancora le alleanze o le forze con le quali si possono realizzare le risposte ed in ultimo, nell’ambito della coalizione, proporre la leadership di governo. Riccardo Misasi poneva sempre l’accento sulla necessità dell’intelligere, quale ascolto e attenzione, come premessa essenziale per un’efficace ed appropriata azione politica.

Ora si tenta di rovesciare sul piano ontologico il processo politico: si individua prima la leadership e attorno ad essa si costruisce l’alleanza. Con tutte le forzature possibili non mi pare che questo sia il processo più razionale e più efficace, soprattutto in assenza di un bi-partitismo perfetto.

Si tace infine sull’esigenza di cambiamento e di rinnovamento che nasce dall’urlo di protesta del marzo 2018. Qualcuno dei lealisti si illude che la risposta a questa esigenza di cambiamento di uomini e di indirizzi politici possa esaurirsi con la sostituzione della leadership attuale: mi pare questa una pia illusione.

*già parlamentare della Repubblica