L’INTERVENTO. L’ergastolo ostativo e la sentenza della Corte Costituzionale

L’INTERVENTO. L’ergastolo ostativo e la sentenza della Corte Costituzionale

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UNO. C’è in queste ore una violenta polemica contro la Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale l’ergastolo ostativo, cioè l’ergastolo per tutta la vita, senza speranza alcuna di poter rimettere mai piede fuori dal carcere, neanche per usufruire di alcun permesso premio. E c’è il rischio di un uso improprio dell’argomento nella polemica politica che arroventa il nostro paese. L’argomento è straordinariamente delicato. Ci sono centinaia di persone, di uomini e di donne, che sono stati ammazzati per difendere i valori e la sicurezza della nostra comunità dalle mafie. I loro cari, amici, colleghi, e moltissimi cittadini, fanno fatica, giustamente, a sopportare l’idea che chi li ha massacrati possa un giorno abbandonare, anche per qualche giorno soltanto, la prigione. E’ un terreno delicato perché drammaticamente privo di soluzioni semplici. Guai a non tenerne conto. Di fronte a questo dolore ci si può solo inchinare e averne rispetto. Ma non è inutile ricordare che le vittime si sono sacrificate oltre che per la nostra sicurezza anche, forse soprattutto, per i nostri (e i loro) valori. Non è detto che il modo migliore per onorarne la memoria sia quello di ignorare quei valori modificando la Costituzione che li contiene, li garantisce e li protegge.

DUE. Cosa ha deciso la Consulta? Che l’ergastolo “ostativo” per mafia (che si conclude solo con la morte) viola la Costituzione. E’ incostituzionale che il mafioso condannato all’ergastolo, se si rifiuta di collaborare e non rivela i segreti di cui è a conoscenza, non possa usufruire di alcuna possibile libertà, come prevede allo stato attuale la legislazione. Non significa che a partire da domani gli ergastolani mafiosi potranno lasciare il carcere. Potranno usufruire di licenze premio, cito testualmente la sentenza "se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo". Insomma, l’ergastolano mafioso può uscire dalla prigione solo se e quando il magistrato di sorveglianza (quello che si occupa dei carcerati) esclude che sia ancora mafioso, esclude che possa ridiventarlo riallacciando rapporti di mafia e, più in generale, solo se il detenuto ha dato prova di aver “compiuto il percorso educativo”. Sono paletti che implicano un tempo lungo decenni e che impediscono un via libera per tutti.

Si può non essere d’accordo con questa impostazione. Ma in questo caso bisogna chiedere esplicitamente una revisione costituzionale su un punto strategico della Carta.

TRE. La polemica è a dir poco curiosa. Meravigliarsi della sentenza della Consulta vuol dire infatti ritenere legittima (sia pure in alcuni casi) la violazione della Costituzione e pretendere, addirittura, che la Consulta, che deve vigilare sulla sua osservanza, ignori i suoi compiti concedendo una specie di via libera alla sua violazione. La Consulta dovrebbe fare il contrario di quel che è obbligata a fare.

Sanno tutti che nella Costituzione italiana la pena, anche la più pesante come l’ergastolo, ha l’obiettivo di recuperare ai valori della civiltà chi ha commesso i reati e non semplicemente e brutalmente l’obiettivo di punire: per questo il fine pena mai, che resta una possibilità alta per gli ergastolani, la viola. E’ giusto il ragionamento che devono aver fatto i costituenti: se la pena servisse solo a punire anziché a recuperare, in moltissimi casi l’ergastolo paragonato alla gravità di alcuni delitti sarebbe acqua fresca, decisamente troppo poco, rispetto al danno prodotto. Si aprirebbe, insomma, una questione di grande delicatezza che ci allontanerebbe dal traguardo di civiltà che l’Italia ha conquistato con il rifiuto della pena di morte.

QUATTRO. Uno degli argomenti più diffusi per protestare contro la sentenza della Consulta, a quanto si legge dalle dichiarazioni di queste ore, è che abolendo l’ergastolo ostativo per i mafiosi che si rifiutano di collaborare con la giustizia rivelando quanto sanno sulla mafia, i mafiosi verrebbero avvantaggiati e la lotta contro la mafia subirebbe un drastico indebolimento. La cosa che più fa paura ai mafiosi, viene ricordato, è l’impossibilità di uscire un giorno dal carcere per godersi le ricchezze accumulate. Ma nessuno, che si abbia notizia, ha mai proposto di abolire le leggi sul sequestro e la confisca dei beni di origine mafiosa, vero asse strategico - secondo la quasi totalità degli esperti - per sconfiggere le mafie rendendo non conveniente l’attività mafiosa.

Non è accettabile nessuna tregua nella lotta contro le mafie. E’ anzi necessario si svolga e s’intensifichi con determinatezza e rigore. Perseguendo due obiettivi: primo, cancellare il fenomeno e non limitarsi a contenerlo; secondo, altrettanto strategico, impedire che questa lotta crei nella società italiana elementi di barbarie e l’indebolimento della civiltà del nostro paese. E per fortuna la Corte Costituzionale s’è mossa in questa direzione.