L’INTERVENTO. Regionali: ma il Pd è arrivato stanco al voto

L’INTERVENTO. Regionali: ma il Pd è arrivato stanco al voto

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Nell’ambito della campagna elettorale regionale, il ministro delle infrastrutture l’On.le Paola De Micheli ha tenuto una conferenza stampa a Catanzaro.  Ho potuto constatare la competenza, la sensibilità e gli impegni che la Ministra, in nome del Governo ha presentato e che affrontano settori vitali della Calabria, la mobilità, le infrastrutture, settori strategici per lo sviluppo di tutto il mezzogiorno.  La Calabria, geograficamente regione continentale e centrale nel Mediterraneo, può ritornare a essere protagonista nei processi di globalizzazione in atto e da questi processi trarne pieno vantaggio, stimolando ulteriori investimenti nel settore pubblico e privato. Invertire quella tendenza che ne ha fatto la cenerentola delle regioni italiane. Alla fine dell’incontro nel salutare Callipo che era vicino alla ministra, commento l’iniziativa e dico “mi devo congratulare, non avevo dubbi, da una piacentina”. Callipo che conosco da tempo e che in qualche misura ho sollecitato all’impegno nel periodo in cui si navigava nelle ipotesi di candidatura si rivolge alla ministra “ti presento un tuo compaesano”. Lei stupita mi chiede che ci facevo in Calabria. Ero appena rientrato dall’Emilia per “mobilitare i miei famigliari e parenti. Da calabrese d’adozione mi faceva piacere conoscerla congratularmi per i progetti e i finanziamenti. 

Questo preambolo mi serve per legare una storia personale a quella più complessiva del mezzogiorno e del paese. Non sono un “emigrato al contrario” ma un democratico che ha fatto la scelta di lasciare la professione di fotografo per arte grafica, per impegnarsi nella politica professionale senza “protettori”. Erano gli anni delle grandi lotte, del passaggio, dal gruppo dirigente fondativo della Repubblica democratica a Berlinguer. Una fase storica dell’Italia stretta tra il terrorismo nero a quello delle “Brigate rosse”.

Il riformismo del centro sinistra gettava le basi di un cambiamento, dallo Stato centrale al regionalismo e metteva mano alle grandi riforme sociali dalla sanità allo Statuto dei lavoratori.  Al sud la controffensiva della destra neofascista e stragista cercava di bloccare i processi democratici. La rivolta di Reggio, gli attentati, l’assassinio di Malacaria a Catanzaro.

Mi resi disponibile per contribuire a difendere e rinsaldare l’assetto democratico partendo appunto dall’impegno nel Pci. Avevo già girato il mezzogiorno con la mia “500” da turista e da segretario del Pci di Rozzano avevo contribuito ad assistere centinaia di terremotati della valle del Belice dislocati in edifici di case popolari in costruzione. Conobbi in quella circostanza Giorgio Frasca Polara giornalista dell’Unità (più tardi addetto stampa di Nilde Jotti) che scrisse diversi articoli su quella che appariva la “deportazione” di un popolo dalla propria terra (Giorgio lo ritrovai a Palermo nei sei mesi di campagna elettorale nel 1970).

Noi del cittadino Pci di cui ero il segretario, andavamo a portare conforto, assistenza e il giornale l’Unità. Mi rimarranno sempre impresse quelle immagini di poveri terremotati che, rimanevano a fissare attoniti quelle finestre rese tutte uguali dalla nebbia invernale. Per la prima volta fui fermato e schedato da un commissario di polizia che aveva l’ordine di tenerci lontani da quei palazzi. Furono gli anni di una nuova generazione nel Pci, non ci furono solo le nuove leve calabresi che si affermavano per superare lo schema “notabiliare” e costruire un moderno partito di massa. Da Ambrogio a Rossi, al giovanissimo Minniti. “Costruttori esterni” venivano da provincie del centro nord che rimasero qualche anno e poi ritornarono alle organizzazioni di appartenenza, tra questi, giovani calabresi emigrati per studiare a Torino, come Ciconte o Ledda e altri per i quali fare l’elenco si rischierebbe di far offesa alla memoria. Quel mondo e quella fase storica pare un “altro mondo”. Ma quella generazione segnò un progresso civile, democratico e sociale che troppo spesso si dimentica o si ricorda nostalgicamente come cosa passata.

Fine anni ottanta un mondo diverso è cresciuto e si è estesa la democrazia a livello globale. Negli anni 2000 le dittature nel mondo erano un esigua minoranza oggi ci troviamo di fronte ad un processo opposto. Il declino dei poteri democratici e il crescere di un sovranismo di tipo nuovo che raccoglie domande populiste e di sicurezza sociale e individuale che non si collocano più sullo schema classico di destra e sinistra democratica. Il riesplodere delle guerre di religione nel mondo accompagnano un equilibrio sempre più instabile.

Occorre un nuovo riformismo pacifista ed ecologista che sappia ridefinire il ruolo della politica che vada oltre le ideologie, costruire comunità e far valere sempre più il principio della ragione e di una cultura democratica per uno Stato che sappia rispettare le opinioni, le appartenenze e che sappia far sintesi nell’azione di governo. Il Pd è nato con questo obiettivo, riformare la politica a partire dai suoi soggetti fondamentali, ma non unici, per rappresentare e integrare il sociale e suoi i corpi intermedi.

L’appartenenza separata dal sociale e dal sentimento popolare smentisce sempre i suoi annunci. Oggi la politica del sociale, delle aspettative e della speranza è sempre più in conflitto con quella istituzionale e di governo. Il voto calabrese è lo specchio di questa contraddizione. Lo stesso movimento delle “sardine” diversamente dall’Emilia che pure è cresciuto anche in Calabria ha subito una torsione politicista al di là delle intenzioni.  Il PD si è presentato in ritardo all’appuntamento elettorale regionale e non poteva bastare il cambio del candidato a 15 giorni dalla presentazione delle liste per far crescere una speranza e una partecipazione vincente.

La candidatura di Callipo era e rimane una opportunità. E il dopo elezioni è tutto da costruire, ne’ può essere la constatazione delle macerie. Se Callipo non ha vinto non è che si è sbagliato candidato. Ci siamo illusi di trasferire gli accordi a livello nazionale coi 5stelle, senza vedere che un fronte antipolitico “anticasta” era già cresciuto in Calabria anche contro di noi e il governo nazionale (quel 15% -20% che ci separa dal centro destra). Questo mondo sociale calabrese flagellato da una crisi economica che dura da 10 anni si è progressivamente separato dalla politica. Ed il PD non è stato in grado di muoversi come avrebbe dovuto pagandone le conseguenze. 

La campagna elettorale troppo simile a destra e a sinistra a cercare le preferenze a cercare amicizie da far valere nello schema tradizionale. Mentre il centro destra candidava la Santelli, chiudendo la triste pagina del consiglio uscente il PD una donna non l’ha valorizzata e tantomeno eletta. Quel 44% di partecipazione ci dice, ci urla la esigenza di un cambiamento ma questo non è dato da un senso di responsabilità al quale pure occorre attenersi, ma da una modalità della politica che sa ascoltare e sa elaborare la domanda: in quel 56% che non ha votato ci può essere il nostro futuro il valore aggiunto che partendo dai contenuti dalle proposte di soluzione modella la nostra funzione. Non basta rielaborare criticamente il nostro passato o fare le anime belle che caricano tutte le colpe su un sistema che vuole un alternanza dei poteri nella conservazione di un sistema che inchioda la Calabria al passato. Un PD che non elabora la sconfitta e che si ferma difendere il suo 15% si priva dello stimolo per rimediare e lo dico da persona che ha speso una vita nel Partito. Con queste elezioni si chiude anche un ciclo della mia vita. Questo Partito così com’è non rappresenta la storia, la ricchezza delle sue esperienze delle tante amministrazioni democratiche. Non perché c’è la nostalgia di un sogno egualitario e utopistico dà perseguire ma all’opposto per un principio più pragmatico. Un soggetto politico deve avere la vitalità che gli deriva dalle aspirazioni sociali, e gruppi dirigenti conseguenziali. Le aspirazioni dei dirigenti smettono di essere virtuosi se si interrompe la circolarità con coloro che si vuole difendere e promuovere. Quel sistema che declina la politica in propaganda a favore di un potere troppo spesso autoreferenziale e a bassa efficienza è destinato ad infrangersi sulle sue stesse contraddizioni. Oggi serve un soggetto “federatore” che operi per unire il plurale che si manifesta nella politica democratica. Il risultato emiliano a tal proposito esprime questa potenzialità che porta al voto il doppio degli elettori della precedente competizione. In Calabria Il ricambio della candidatura a Presidente dell’uscente si è troppo fissata sulla persona a scapito del progetto. Si potrà replicare che un partito commissariato è la negazione di sé ma questa è magra consolazione. Le forme se si vuole si trovano e si codificano sulla base di una comune volontà. Ora che è il tempo dell’analisi e dei rimedi e non delle colpe che si incrociano, nel bene e nel male del voto, c’è una lezione che deve animare il senso da dare alle proposte e al funzionamento di una nuova soggettività, di una circolarità democratica virtuosa. E’ da sottolineare il messaggio che per ultimo Zingaretti ha voluto dare indicando Callipo come un punto di riferimento per una azione collegiale che superi le appartenenze e che diventi un campo di iniziativa e di elaborazione politica per una soggettività plurale. In Calabria Salvini ha fatto flop, il suo risultato è largamente al di sotto delle previsioni ciò sta a significare che uno spazio di agibilità popolare intelligente sta tutta davanti al nuovo schieramento democratico attorno a Callipo e che sappia fare opposizione e governo con la ricchezza delle sue proposte e della sua risorsa umana.