L’ANALISI. Per fermare declino dell’Italia e rilanciarla c’è un solo modo: far crescere il Sud

L’ANALISI. Per fermare declino dell’Italia e rilanciarla c’è un solo modo: far crescere il Sud

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Siamo in una fase della nostra storia nazionale in cui l’inevitabile è ancora evitabile? Non mi riferisco tanto al piano politico, dove grande è la confusione, ma a quello economico: per chi interroga seriamente le cifre, è del tutto evidente che l’Italia non ce la farà a riprendersi nelle attuali condizioni. Il declino da grande nazione industriale del mondo a mediocre partner europeo (con performance da colosso decaduto) sembra ormai una strada segnata, lenta e inesorabile. L’economia italiana è da tempo alle prese con un incaglio strutturale.

Le spiegazioni del perché ciò sta avvenendo sono le più varie, ma nessuna di esse coglie l’aspetto sistemico della crisi. L’economia italiana è in declino perché si permette il lusso da troppi decenni di rinunciare alle potenzialità della sua parte arretrata, di tenere spento un altro possibile motore mentre il principale arranca, di ignorare un giacimento inesplorato della ricchezza comune, di non allargare il perimetro geografico delle sue politiche di sviluppo e della sua produzione industriale.  La miopia delle classi dirigenti nazionali (in gran parte settentrionali negli ultimi decenni) è consistito essenzialmente nell’illusione e nella presunzione di poter fare a meno di un terzo della nazione. Senza minimamente riflettere sul fatto che se quel territorio arretrato recuperasse la via della crescita e si avvicinasse alle prestazioni delle altre due parti, l’Italia tornerebbe tra le nazioni leader e si affiancherebbe alla Germania e alla Francia come pilastro dell’economia europea. E’ l’orizzonte territoriale ristretto in cui si è mossa la politica nazionale (dagli anni ottanta in poi del Novecento) il vero responsabile di ciò che siamo oggi. Come se l’economia si fosse privata in partenza di uno spazio di espansione frenata dal pregiudizio antimeridionale. L’Italia è una nazione sviluppata a metà: è questo il limite strategico della sua economia. L’incaglio strutturale sta nella ristrettezza territoriale del perimetro dello sviluppo.

Ed è del tutto evidente che l’Italia non si riprenderà se il Sud resterà nelle attuali condizioni. Quello che succede nei territori meridionali influenza la tenuta complessiva della nazione e incide sul suo benessere generale. Il declino, infatti, è cominciato quando l’Italia si è pensata e si è rappresentata solo in una sua parte. Ci siamo abituati da tempo a vivere in una nazione spaccata a metà, come se avessimo introiettato il carattere irreversibile della divisione nazionale. E’la rassegnazione a vivere in una nazione dualistica il dramma della nostra economia.

Per questi motivi il piano presentato dal giovane ministro Provenzano mi sembra una cosa seria. Si intravede una nuova narrazione sul Sud e sull’Italia: non più cosa può fare l’Italia per il Sud, non più cosa deve restituire (o risarcire) la nazione al suo Mezzogiorno, ma in che modo il Sud può essere utile all’Italia, in che modo la sua parte meridionale può aiutare la nazione ad uscire dal declino. Non è una richiesta di aiuto che il Sud fa all’Italia, ma l’offerta di una opportunità che si offre alla nazione. Riportare il Sud nel lessico politico della nazione, nei fondamentali dell’economia, vuol dire spostare la visione da questione storica irrisolta a graduale soluzione dei suoi problemi attuali. La politica degli ultimi 40 anni è stata caratterizzata dalla più radicale «rinuncia» ad utilizzare nel processo di ammodernamento del paese le potenziali risorse umane, economiche, politiche ed intellettuali del Mezzogiorno, come ha scritto Rosario Villari.  

Ma imporre una nuova narrazione non sarà facile. Lo si vede anche leggendo oggi i grandi quotidiani nazionali, dove il piano per il Sud è relegato nelle notizie che si debbono dare per forza ma che non fanno parte della linea editoriale. Il ministro deve essere consapevole che qualsiasi ipotesi di rilancio del Sud non potrà fare a meno di una contro-narrazione e di un cambio netto di linea da parte di chi orienta l’opinione pubblica, a partire dalle Tv e dalla stampa. Una rivoluzione copernicana nel rapporto del Sud con la nazione ha bisogno di un sostegno culturale, intellettuale, mediatico, scientifico pari all’entità della partita in gioco.

Ma ci sono tre cose da affrontare prioritariamente affinché lo stesso ministro dia credibilità alle cose che sostiene. La prima riguarda l’obiettivo di rendere l’Italia più “corta”, più vicina in tutte le sue parti. Ciò vuol dire spingere in tempi brevi a riunificare per via ferroviaria l’Italia e raggiungere i suoi estremi (Milano e Reggio Calabria) allo stesso modo in cui Siviglia è collegata con Barcellona, Parigi con Marsiglia, Amburgo con Monaco di Baviera. Ma per fare questo si deve operare un cambiamento radicale nel modo di ragionare e di operare dei vertici delle Ferrovie italiane, l’ente che è finanziato dai soldi dello Stato ma opera con una strettissima logica di mercato. Gli Stati Uniti sono diventati nazione quando nella seconda metà dell’Ottocento fu costruita la linea ferroviaria che da New York portava a S. Francisco. Sarebbe una piccola grande rivoluzione impiegare più o meno lo stesso tempo per andare da Roma a Reggio Calabria e a Bari con l’alta velocità di quello che si impiega oggi per andare da Roma a Milano. Le ferrovie italiane restano la più precisa fotografia di un paese diviso.

La seconda cosa a cui deve stare attento il ministro è di non affidare alle singole regioni meridionali l’applicazione del programma, ma pensare a degli obiettivi sovra-regionali a cui le singole regioni debbono adeguarsi. Ciò deve valere a partire dalla prossima programmazione dei fondi europei: che almeno il 75% di essi vada a programmi di valenza non locale.

Infine, una nuova narrazione sul Sud e sull’Italia deve contare sulla coerenza almeno del partito del ministro, cioè il Pd. Ripresentando come candidati nelle principali regioni alcuni dei rappresentanti di quel Sud impotente e clientelare, il Pd sarebbe il primo a smentire gli obiettivi di Provenzano. Non c’è distanza più grande tra il programma del ministro e quello che hanno prodotto in questi anni gli uomini del suo partito alla guida delle regioni meridionali. La contro-narrazione deve partire dal cambio radicale di quella classe dirigente, perché il nuovo Sud non può somigliare neanche lontanamente a chi lo ha rappresentato in questi ultimi anni.

*Saggista, editorialista del Mattino di Napoli.