La rivelazione di Mr Cv: il sistema sanitario regionalizzato è un disastro (per Nord e Sud)

La rivelazione di Mr Cv: il sistema sanitario regionalizzato è un disastro (per Nord e Sud)

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In questi difficili giorni in tanti abbiamo pensato: e se il focolaio del coronavirus in Italia si fosse sviluppato prima al Sud cosa sarebbe stato detto sui giornali, in televisione o sui social? Cosa sarebbe successo? Sicuramente un’epidemia sviluppatasi prima nelle aree meridionali avrebbe attizzato forme esasperate di razzismo e di disprezzo. Non dimentichiamo quello che successe dopo i casi di colera registratisi a Napoli nel 1973: per anni in tutti gli stadi del Nord i cori sui colerosi napoletani si alzavano ogniqualvolta vi giocava la squadra partenopea.

Questa volta i nostri telefonini sono stati inondati di messaggi in cui si dava libero sfogo al sarcasmo verso i settentrionali sostenuto da un incontenibile orgoglio meridionale. Ma cosa sarebbe successo veramente se nel Sud fosse esplosa l’epidemia del coronavirus, al di là dell’ironia e di una certa malcelata soddisfazione di averla in parte (finora) scampata? Avrebbero retto le nostre strutture sanitarie di fronte a migliaia e migliaia di casi che necessitavano di un ricovero urgente, di un’assistenza specializzata, di reparti di rianimazione ben funzionanti? La risposta è no. Siamo stati fortunati: se fosse toccato a noi, avremmo avuto grandi difficoltà a fare fronte ad un evento eccezionale in quanto le nostre strutture sanitarie già non sono del tutto in grado di rispondere alla domanda di cure “normali”. Le eccezioni ci sono, i reparti di eccellenza ci fanno inorgoglire, ma la sanità meridionale non è qualcosa di cui possiamo andare sempre fieri.

Insomma, questa epidemia se da un lato ha messo in luce i gravi errori fatti dal nostro sistema sanitario negli ultimi anni (i tagli indiscriminati,la carenza cronica di personale medico e paramedico, i numeri chiusi alle facoltà di medicina) e addirittura l’insufficienza delle strutture nella pur attrezzata sanità settentrionale, ci deve costringere a una riflessione severa sullo stato del sistema sanitario meridionale, affrontando di petto un problema che non possiamo più rinviare: le Regioni sono adatte a gestire la sanità? E lo sono in particolare le Regioni meridionali?

Il Sud non può minimamente essere soddisfatto del suo regionalismo: non c’è nessuna regione meridionale che grazie ai poteri assegnati dal 1970 in poi abbia cambiato le condizioni economiche e civili del proprio territorio. Non c’è nessuna Regione meridionale che in un campo specifico di competenze abbia riscontrato risultati migliori o pari a quelli di altre regioni del Centro-Nord. E se c’è un campo in cui queste differenze sono macroscopiche, questo è sicuramente quello sanitario. Di fronte a casi imprevisti e sconvolgenti, come quello di una epidemia dalle caratteristiche inedite del coronavirus, casi in cui la differente organizzazione dei servizi può determinare la vita o la morte di un utente, siamo sicuri che la strada sia la difesa del sistema sanitario regionalizzato?  E visto che abbiamo potuto verificare che le strutture ospedaliere al Nord si reggono anche grazie al contributo di medici e infermieri provenienti dal Sud, non possiamo eludere la domanda: perché da noi non possiamo ottenere gli stessi risultati?

 

Certo, dei tentativi sono stati fatti, ma tutte le fragilità meridionali stanno ancora lì, non risolte e in perenne agguato. Come, ad esempio, lo scoppio di un’epidemia. Ha senso difenderle ancora? Per anni ho difeso il regionalismo spinto dalla constatazione che il centralismo non aveva dato risultati tali da scommettere ancora sul fatto che potesse risolvere o attenuare i problemi del Sud. Oggi non ne sono più convinto. Il regionalismo nel Sud è stato una grande occasione sprecata.

In nessuna delle otto regioni si è palesata un’esperienza di buon governo, una classe dirigente dignitosa, buoni risultati in campi strategici (la sanità, i rifiuti, i trasporti, l’utilizzo dei fondi comunitari), una gestione oculata e onesta della macchina amministrativa. Anzi, al contrario, abbiamo assistito ad una gestione opaca, familistica, per larghi tratti clientelare ed esposta in alcuni settori anche ad infiltrazioni malavitose. Sicuramente le condizioni per operare una svolta non erano e non sono facili, ma proprio per questo sarebbe stato di più apprezzato qualche passo in avanti, mettendo a confronto le condizioni difficili di partenza.  Nella sanità è tornato, ad esempio, un prepotente e asfissiante controllo politico nella scelta dei primari, dei reparti, dei vertici amministrativi e anche degli infermieri. Il mercato dei primari e degli appalti è sempre aperto. Cosa verificatasi, certo, anche nelle regioni del Centro-Nord, ma con la differenza che il Sud non dispone di molti centri di eccellenza e deve assistere passivamente all’emigrazione di massa verso le loro realtà ospedaliere.

E una questione andrà affrontata di petto, appena saremo fuori dall’emergenza di oggi: come mai al Sud si muore prima che al Nord?  Fino alla nascita delle Regioni, il Sud era sì un territorio arretrato economicamente ma batteva il Nord sul piano della longevità della sua popolazione. Sta di fatto che i maggiori poteri in materia sanitaria alle Regioni hanno coinciso temporalmente con la radicale trasformazione della durata media della vita degli italiani. Oggi al Sud si muore due anni prima. La disuguaglianza delle prestazioni sanitarie sembra incidere sulle aspettative di vita almeno (se non più) di quanto non incidano le condizioni economiche o i livelli di istruzione. Se calcoliamo i posti letto in degenza ordinaria, nel Centro Nord la media è di 3,37 posti ogni 1000 abitanti, nel Sud di 2,82. La regionalizzazione della sanità ci ha resi e ci rende diversi di fronte alla vita e alla morte. Campiamo di più o moriamo prima non solo per scelte soggettive (mangiare male, fumare, bere alcolici, fare lavori pesanti, possedere meno soldi, andare di meno in vacanza, etc.) ma per condizioni oggettive dei territori in cui risiediamo e in cui sorgono le strutture sanitarie (cure sbagliate o non adeguate, strutture insufficienti, incapacità di diagnosticare rapidamente le patologie mortali o di aggredirle in tempo). Dal 2009 al 2016 le quattro più grandi regioni meridionali hanno pagato oltre 7 miliardi di euro alle regioni del Nord a causa della migrazione sanitaria. Nel Sud circa il 10% del totale dei residenti ricoverati per interventi chirurgici acuti si sposta verso regioni del Centro- Nord. Quante strutture di eccellenza il ministero avrebbe potuto costruire nel Sud (e gestire direttamente) con quelle risorse? E saremmo stati tutti più tranquilli di poter affrontare qualsiasi emergenza.