L’INTERVENTO. Il Cvirus è lacrime e sangue ma creerà una nuova generazione politica

L’INTERVENTO. Il Cvirus è lacrime e sangue ma creerà una nuova generazione politica

nero1

Un governo platoniano, simile a quello che governava l’impero inglese. Ottimati e proletari, uomini colti, che sappiano cos’è la politica, e ingegneri pronti a realizzarla. Ha detto bene Calenda: servono manager, persone che, istruite, sappiano gestire la cosa pubblica" (Giulio Sapelli).

Non tutti conoscono Giulio Sapelli, intellettuale ed economista controcorrente, professore universitario e manager di aziende pubbliche e private. Io lo conobbi nel 1967 a Torino nella sezione universitaria del PCI di cui era segretario Alberto Magnaghi, poi diventato dirigente di Potere Operaio e successivamente urbanista e professore universitario.

In questi giorni sto riflettendo, alla luce di quello che è accaduto e sta accadendo, sui limiti attuali della democrazia e sul modo migliore per difenderla. Ma ci sto riflettendo anche alla luce di quella che è stata l’esperienza del regionalismo democratico a partire dagli anni Settanta e dell’esito attuale, pieno di delusioni e fallimenti.

Attenzione. Una democrazia che non è capace di decidere, è destinata a esaurirsi ed aprire le porte al caos ed all’autoritarismo.

E’ ormai da un ventennio, da quando il sistema dei partiti si è disintegrato, che i processi reali delle decisioni si sono occultati, le sedi istituzionali sono diventate gusci vuoti o veicoli di attività opache, le alternative sono stati movimenti ed organizzazioni privi di una ragione fondante. Le stesse organizzazioni intermedie (sindacati, associazioni produttive e di categorie) sembrano avere ampiamente esaurito ruolo e funzione.

Penso, almeno lo spero, che l’emergenza del Covir-19 costringerà i popoli a cambiare radicalmente. Leggo questa vicenda come una rivolta contro la modernizzazione selvaggia, la distruzione dell’ambiente e del lavoro, il crollo dei saperi e dei valori, la rinuncia ai doveri e al merito.

Non tutto sarà come prima. Lo dicono in molti e io sono d’accorso. Francesco Guccini, un mito della mia giovinezza, è un pessimista di natura e sostiene che gli italiani riprenderanno vecchi vizi ed abitudini. Non sarà, non potrà essere così. Cambieranno, sì che cambieranno, le priorità nell’economia, nelle relazioni sociali, nei valori individuali delle persone, nei principi e nelle regole della vita sociale, nei meccanismi di selezioni delle classi dirigenti. Quello che non hanno saputo fare i partiti, lo farà la storia con i suoi drammatici versanti.

La posizione di Giulio Sapelli non è contro la politica. Ma è al contrario la manifestazione di un bisogno di politica nel suo valore autentico: chi sa fare e ha voglia di fare si rimbocchi le mani e si metta in gioco. Gli attuali protagonisti della vita politica, dinanzi ad una prova imprevista ed imprevedibile e dinanzi ad un futuro oscuro ed indecifrabile, hanno dimostrato la loro vacuità. Una nuova generazione deve scendere in campo.

E non è solo un problema della politica, ma del complesso delle classi dirigenti del Paese. I miei visionari erano Che Guevara ed Ho Chi Min, Don Lorenzo Milani, Bob Dylan e Jan Baez. Oggi ne vedo uno solo: Papa Francesco. Ma ce ne stanno tanti altri nelle pieghe nascoste della società.

In queste settimane molti fanno riferimento (alcune volte in termini retorici) ad almeno altre due fasi della recente storia italiana: il dopoguerra ed il terrorismo. In ambedue i casi furono lacrime e sangue. Temo che sarà di nuovo così.

Non so se la proposta di Sapelli sia quella giusta. Sono certo, tuttavia, che il problema esista e che non bisogna avere alcun timore di avventurarsi in strade inesplorate e piene di difficoltà. Solo così potrà nascere una classe dirigente diversa.