L'ANALISI. Palamara, il trojan e il disastro della giustizia

L'ANALISI. Palamara, il trojan e il disastro della giustizia

palamara

UNO. Il prestigio, l'autorevolezza e la credibilità della magistratura sono finiti sotto la suola delle scarpe. Per l'Italia non è una buona notizia. Non lo è ovviamente per i magistrati che dopo anni di progressivo logoramento, registrato via via dai sondaggi, ora sprofondano in un crollo. La notizia, per molti anzi moltissimi, di loro è anche ingiusta. Quindi, particolarmente dolorosa. Ma così è. Nessun magistrato e nessun giudice uscirà dall'incubo del trojan rivendicando la propria correttezza. Anche questo è ingiusto. Ma anche questo è così.

Tutti i tentativi di scaricare su una parte, una soltanto, la responsabilità di quello che ai più appare un insopportabile degrado dell’intero pianeta giustizia (a partire dai pm che ne avevano occupato il centro), sono destinati al fallimento.

DUE. Un fenomeno analogo in Italia ha investito parecchi anni fa la politica che da allora non ha mai più recuperato l'autorevolezza precedente. Ma per la magistratura il quadro è ancor più drammatico non potendo l'universo giustizia neanche invocare l'attenuante della legittimazione elettorale da parte dei cittadini. Ed è proprio quella esperienza della politica italiana a dimostrare che non sono sufficienti, per uscire da una crisi di legittimità, modifiche irrilevanti. In passato la crisi della politica delegittimò tutti gli spazi di sua competenza (fino alla barbarie di uno vale uno) e tutti i mondi ad essa connessi o da essa dipendenti. La delegittimazione della magistratura trascina nella crisi l'intero universo della giustizia aprendo nel paese una crisi ancor più pericolosa perché indebolisce garanzie e diritti "primordiali" e "naturali" dei cittadini.

Uscire rapidamente dal disastro appare quindi di vitale importanza. E sarà possibile solo rovesciando il tavolo su cui politica, magistratura e pezzi importanti del giornalismo italiano il disastro lo hanno costruito. Ha ragione Paolo Mieli, che è giornalista ma anche storico, ad avvertire che “cavarsela dicendo facciamo la riforma del Consiglio Superiore della magistratura è solo una finta per aspettare che passi la buriana”.

Immaginare l'uscita dal tunnel con qualche aggiustamento esemplare, per esempio facendo rotolare la testa di Palamara e di un po’ di Pm o giudici o avvocati e giornalisti che si agitano nelle ormai mitiche sessantamila pagine del trojan, è per metà un imbroglio e per l’altra metà un'illusione che pagheremmo tutti con un drastico declino.

Gli italiani sono ormai convinti che la differenza tra Palamara e la totalità dei suoi colleghi stia per intero nel Trojan: su Palamara è stato appiccicato, sugli altri no. Nella coscienza degli italiani, Palamara e i suoi colleghi coincidono. Linguaggio e modo di ragionare, in 60mila pagine, non è mai diverso tra quello di Palamara e quello dei suoi, spesso autorevolissimi, colleghi e interlocutori. E quando il magistrato calabrese in televisione  spiega che questo è il meccanismo e che il meccanismo prevede, anzi impone, "mediazioni", a cui lui si dedicava, appare difficile dargli torto. La mediazione è un accordo in assenza di regole vincolanti e trasparenti. E Palamara (ma per il sentire degli italiani anche tutti gli altri suoi colleghi non sputtanati dal trojan) accordi faceva e disfaceva, chiedeva e/o accordava a colleghi e amici.

TRE. Facciamo uno stacco: i 20 e più milioni di italiani, inchiodati da anni in cause civili infinite (in sospeso pare ce ne siano circa 12 mln), che volete che pensino dei giudici, ormai illuminati dal trojan? Le accuse, i giudizi e perfino le difese, cioè gli avvocati, vengono precipitati in un unico impasto.

Di colpo dubbi, perplessità e l'insieme delle riserve che nel tempo e in progressione geometrica hanno investito l'universo giustizia, compresi giornalisti e giornali al loro servizio (talvolta con rapporti opachi con pezzi di altri poteri), appaiono come una compatta massa ostile ai cittadini e ai loro diritti. Una realtà non esente da corruzioni, intrallazzi, scambi che ha accumulato privilegi e visibilità mescolando e mercanteggiando diritti fondamentali con carriere, prebende, utilità. L’opinione pubblica ha la stessa reazione, in gran parte provocata proprio dalle spinte dei magistrati, che colpì in passato, senza distinzioni, la politica. Anche ora nessuno sembra salvarsi neanche tra i tanti giudici e magistrati che hanno svolto con onore il proprio incarico.

Il primo punto se si vuole bloccare e invertire la delegittimazione dell'universo giustizia è la separazione tra il delicatissimo potere di giudicare e quelli, altrettanto delicati, di accusare e difendere. Ancora una volta Giovanni Falcone, sempre attentissimo agli equilibri più delicati della democrazia, aveva capito prima di tutti e contro la grandissima maggioranza dei suoi colleghi (che non a caso lo bocciarono sonoramente come componente del Csm), che il Pm si sarebbe dovuto configurare come l’avvocato dell’accusa. Chi giudica da un lato. Chi accusa e/o difende dall’altro. Senza alcun punto di contatto.

La separazione delle carriere, la diversità di organi tra chi accusa e chi giudica sono un’infelice anomalia italiana. Molti hanno e abbiamo pensato un tempo che un’unica corporazione fosse un vantaggio e una maggior garanzia per gli imputati, specie quelli privi di mezzi. Ma l’anomalia, soprattutto a partire dalla crisi del potere politico, è diventata una trappola che ormai mette a rischio libertà e democrazia. Si può sostenere che la debolezza della politica italiana non lascia ben sperare in un netto e rapido superamento delle difficoltà della giustizia. Ma guai a non prendere atto che questa e non altra è la posta in gioco.