L'INTERVENTO. Il Pd possibile ma nessuno sa che cos'è

L'INTERVENTO. Il Pd possibile ma nessuno sa che cos'è

La babele dell’ultima direzione nazionale di giovedì scorso del PD, dopo la chilometrica lettera del segretario-non più segretario Enrico Letta agli iscritti, ovviamente non scioglie alcun nodo, anzi li aggrava se solo fosse possibile. Il nodo era e resta quello di sostanza: che cosa deve essere innanzitutto un partito, e poi un partito della sinistra. Sempre se il Pd vuole continuare ad essere un partito di sinistra. Due giorni fa al Nazareno una messa cantata come se non fosse successo nulla e un altro trionfo del correntismo più becero e dannoso.

  Una cultura politica è, invece, lo strumento per mettere insieme una comunità di persone intorno a principi e valori non solo costituzionali e per offrire all’elettorato la certezza o quantomeno l’indicazione affidabile del tipo di società che quel partito si impegna costruire, con chi, ad esempio, con le altre democrazie europee, con quale visione di giustizia sociale.

Chi, se non un partito democratico, può assumersi questo nobile obiettivo politico? Stati generali, primarie delle idee, agorà e altre modalità di incontro (ma mai nessuna seria elaborazione) non hanno mai preso di petto la necessità di formulare, certo in un mondo che cambia, una cultura politica progressista. Né l’aiuta a farlo – duole dirlo – la nobile lettera di Letta o il confuso dibattito avviato due giorni fa in direzione, mentre nelle varie periferie del paese fioccano iniziative di autoconvocati (una anche domenica in Calabria, a Caulonia) in cerca di una via d’uscita.

Il professore Gianfranco Pasquino suggerisce che esistono molti libri da leggere e, dall’altro, molte esperienze da studiare. Cinque anni di opposizione offrono il tempo adeguato per studiare. Lo potrebbero, anzi, dovrebbero fare, se ne hanno le capacità, i (non) candidati e le (non) candidate alla segreteria, ufficiali e ufficiosi, che cadono a grappoli.

  Certamente il PD non è mai diventato quello che i suoi frettolosi fondatori, fra lacrime e sogni, annunciarono nel lontano 2007: il luogo dove si incontravano le migliori culture riformiste del paese, dal gramscismo al cattolicesimo democratico, dall’ambientalismo all’antifascismo. Che mancasse il socialismo e che i loro migliori interpreti fossero assenti da queste grandi contaminazioni e ibridazioni sembrò non preoccupare più di tanto. D’altronde, i successori del comunismo all’italiana avevano dichiarato inadeguate, inefficaci, in crisi, logore tutte le esperienze socialdemocratiche che avevano dato un contributo grandioso alla politica e alle società dell’Europa non solo del Nord.

Però, esperienze laiche che non piacevano neanche ai cattolici, non avevano cambiato e meno che mai abolito il capitalismo!

Ne seguì un organismo sostanzialmente privo di una cultura politica, che non è mai soltanto una bussola per orientarsi nella folla dei partiti.  Ma oggi se non si persegue questo obiettivo, cioè una cultura politica chiara e netta in direzione della socialdemocrazia seppur con alcuni decenni di ritardo e anche a costo di ulteriori divisioni, se non ora quando? Di sicuro il Pd non riesce più a parlare ai suoi elettori, men che meno a quelli degli altri. Tutti conosciamo persone che hanno sempre votato a sinistra ma che questa volta, e tutte le prossime che verranno, il Pd non l’hanno votato. E non lo voteranno mai più, perché il partito è diventato respingente per troppi pezzi del suo elettorato potenziale: per i ceti più popolari, che lo vedono come il partito della classe media, per le élite progressiste, che lo considerano un partito della conservazione e dello status quo più che del cambiamento, per chi non ha appartenenza ideologica e, chiusa la stagione renziana, ha sempre visto leader preoccupati soltanto di preservare una tradizione in disfacimento.

  Per come è oggi, il Pd impedisce che ci sia alcuna vitalità nella sua area di riferimento, è un vampiro politico che succhia ogni energia disponibile per preservare la sua già cadaverica esistenza. Di democratico poi non ha più quasi nulla: i segretari vanno e vengono senza che sia chiaro chi li evoca e chi li caccia (non si è mai capito, ad esempio, con chi ce l’avesse Nicola Zingaretti quando si è dimesso, e neppure chi ha richiamato Letta), lo strumento delle primarie è stato abbandonato insieme a quelle coalizioni allargate che lo giustificavano e la legge elettorale Rosato che toglie all’elettore ogni potere  di incidere sulla scelta dei parlamentari è un prodotto del Pd. 

   Ha scritto Nadia Urbinati: ‘’…organizzazione e principi insieme fanno l’unità del partito, e regolano la successione. Il Pd manca di entrambe. Lo spettacolo di queste ore, di leader che si candidano come se questa sconfitta fosse solo un esame andato male, è dimostrativo di un partito che non c’è. Ci sono competitori che duellano per essere leader; altro non c’è. Se il Pd non cambia il proprio statuto e non si dà un’organizzazione d’unione, cambiare il segretario non servirà a nulla. Senza questa decisione costituzionale, il congresso sarà un lamento di rito di persone attente prima di tutto al proprio ruolo istituzionale. Com’è ora, questo Pd non serve a nessuno, neppure ai suoi leader’’.

 Amen.