L’ANALISI. Gioia Tauro: il porto, le armi e le domande che nessuno si fa

L’ANALISI. Gioia Tauro: il porto, le armi e le domande che nessuno si fa

da     di MASSIMO ACQUARO - Prima o poi bisognerà fare i conti con Gioia Tauro. Lei, caro Direttore, l’ha definita un buco nero, ma forse è qualcosa di diverso e di più grave. Il porto, con alti e bassi, si è rivelato negli ultimi quindici anni un vero e proprio successo economico. In molti, non tanti però, ci hanno

guadagnato un mucchio di denaro. In tanti, non molti però, ci hanno trovato un posto di lavoro con cui sfamare la propria precarietà. Il porto è l’unica impresa che, malgrado l’insipienza e l’incapacità totale della politica, è durata a lungo in Calabria, produce profitti, sta sul mercato. Qualcuno dice perché non lo gestiscono i calabresi, altri sostengono perché siamo stati fortunati visto che stiamo nel mezzo del Mediterraneo. Il prof. Russo ha tante volte spiegato su Zoom.sud le opportunità che si sprecano, le occasioni che vengono mancate, ma – si potrebbe dire – malgrado la Regione Calabria e l’inettitudine delle classi dirigenti, il porto sopravvive.

In un panorama di desolazione non è poco.

Veniamo alla ndrangheta. Qui le cose sono un po’ più complicate. Certo le cosche ci hanno messo le mani di sopra sin dall’inizio. Quindici anni di indagini e di processi dimostrano che il porto è stato ed è un affare anche per i picciotti. Come pensare che i boss della Piana non ficcassero il naso nelle assunzioni, nei subappalti o nei milioni di container che ogni anno “rimbalzano” sulle banchine del porto per essere smistati in tutto il Mediterraneo? Accade la stessa cosa a Marsiglia, a Rotterdam, ad Amburgo, ad Hong Kong. Dove c’è un porto, si sa, la malavita allunga le sue mani. Come dimenticare il Marlon Brando del “Fronte del porto”?

Ciò posto la questione delle armi chimiche siriane mi pare abbia connotati diversi. La vera domanda è perché Gioia Tauro?

Mettiamo da parte il solito vittimismo meridionalista, evitiamo le frasi roboanti per cui saremmo una sorta di deserto africano in cui interrare scorie di vario genere e guardiamo le cose cercando di non starnazzare troppo nel solito pollaio calabrese. La ndrangheta non ha alcun piacere a questa operazione made in Usa. A parte il fatto che non ci guadagna un euro (anche se vedrete che qualcuno citerà il fatto nel prossimo libro per dipingere scenari apocalittici), le potrebbe anche venire il sospetto, con tutto questo allarme, che qualche gas siriano contamini la purissima cocaina che passa per il porto. Insomma gli affari sono affari e i boss hanno un brand da tutelare. Ma, ironie a parte, è curioso che tra le decine e decine di porti piccoli e grandi gli Usa, la Nato, l’Onu e via seguitando abbiano, loro, indicato Gioia Tauro. Il governo italiano, il ministro Lupi sul punto non ha detto nulla, si è limitato a dire che Gioia Tauro va bene e che è attrezzato per queste operazioni delicate, ma nessuno ha spiegato perché Gioia Tauro.

E qui non possiamo non fare i conti con i rumor circolati in ambienti qualificati negli ultimi anni. Si vocifera che qualcuno avrebbe utilizzato Gioia Tauro per far transitare tonnellate di armi verso i ribelli delle Primavere arabe e verso i governi che le osteggiavano. Esclusa la possibilità di far passare questo arsenale dal canale di Suez sorvegliatissimo dagli israeliani che più di una volta hanno procurato grandi e costosi dispiaceri ad iraniani, sauditi, francesi e via seguitando, Gioia Tauro è sembrato il porto ideale per far rimbalzare ogni genere di arma (gas inclusi?) dai porti dell’Oriente o dell’America, stipata e occultata tra milioni di altri, anonimi container. Naturalmente la cosa doveva essere nota a chi queste cose deve saperle ed ora qualcuno avrebbe mandato un segnale preciso: voi avete chiuso un occhio ed ora voi ci mettete la faccia, quindi i gas siriani ve li beccate voi e non Genova, Livorno o Ortona (il porto ufficialmente destinato al trasporto di armi via mare sin dalla seconda guerra mondiale), ma Gioia Tauro.

Ecco, se queste storiella fosse vera (e nessuno ha fatto mai nulla per scoprirlo) le cose sarebbero davvero interessanti. Sino a qualche anno fa nel porto di Gioia Tauro si sequestravano armi (kalashnikov) ed esplosivi (il famigerato C4), poi più nulla. La cosa ha coinciso, come Lei scrive caro Direttore, con l’inizio delle conferenze stampa per i sequestri di cocaina avvenuti senza che nessuno venisse mai arrestato, insomma droga senza padrone. Ovvio in qualche caso ci sarà lo zampino di bravi investigatori che attendono nell'ombra per sferrare un colpo micidiale alle cosche, ma troppe volte è sembrato stucchevole vedere una dozzina di investigatori seduti ad un tavolo per spiegare che era stata trovata droga di nessuno. Ma questo fa parte del modello Calabria su cui ha speso parole indelebili il grande Mimmo Gangemi