REGGIO. I soldi del Comune, il caso Fallara e il processo Scopelliti

REGGIO. I soldi del Comune, il caso Fallara e il processo Scopelliti

fallara scopellitidi MASSIMO ACQUARO - Una spada di Damocle pende sul capo della città. Non quella dello scioglimento per mafia o dell’incandidabilità inflitta con due sentenze ad Arena & co. nei mesi scorsi. Mi riferisco alla spada che pende sul capo di Scopelliti che è molto, ma molto di più di tutto questo. No, caro Direttore, non sto pensando alle piccole e grandi alchimie della politica calabrese: chi ne prenderà il posto in caso di condanna? che fine farà il Ncd di Alfano alle europee? Problemi importanti, ma non quanto una eventuale condanna del Governatore.

 

Mettiamo in fila alcune cose.

Reggio è da anni sotto la scure affilata della magistratura, non di quella reggina (nel senso, magistrati di Reggio) che è ormai ridotta a ruoli marginali per varie vicende, ma soprattutto (ossia salvo eccezioni importanti) è sotto l’osservazione di toghe che reggine non sono.

Non è accaduto, io credo, per chissà quale complotto della magistratura, ma per conseguenza delle analisi a sfondo antropologico del fenomeno ‘ndrangheta che hanno riassorbito per intero la questione sociale reggina e calabrese in una questione criminale e di ordine pubblico. La responsabilità di queste analisi, almeno quella principale, non è dei magistrati ai quali al massimo si può rimproverare di averla talvolta fatta propria.

Sia chiaro: tutto legittimo e alla luce del sole. Il Consiglio superiore della magistratura da circa 20 anni non nomina un reggino a capo del più importante ufficio giudiziario della città, la procura della Repubblica, ed avrà le sue buone ragioni per farlo, visto anche che nessuno, per quanto è dato sapere, se ne lamenta.

Lo scioglimento per mafia e, soprattutto, la sorte toccata ad Arena & co sono però interamente la conseguenza dell’azione da ascrivere delle toghe, senza il cui consenso ovviamente non si muove una foglia su questo versante. L’azione intrapresa contro i buchi di bilancio dell’ATAM o contro la stessa terna dei Commissari per la gestione dei rifiuti in città è solo l’ultimo segnale della trasformazione in reati delle disfunzioni e inettitudini di pezzi della classe dirigente reggina. Per carità ci saranno state certo ruberie – e la sensazione è che non si tratti di ruberie irrilevanti -, ma al momento Reggio è in fondo alle classifiche nazionali e, quindi, mondiali per la repressione della corruzione. Il reato è scomparso da anni nelle cronache giudiziarie cittadine e sostituito da più blandi (ed innocui) allarmi sul malaffare che notoriamente non è punito dal codice penale e serve soprattutto per scrivere libri ed articoli sui giornali.

La madre di tutti i processi, quello appunto contro Scopelliti, ne è la riprova.

Dei soldi che la Fallara avrebbe malgovernato non v’è traccia. Neppure di un euro. Un fiume di danaro sparito mentre Scopelliti e i suoi coimputati rischiano una condanna per falso e abuso, reati per i quali i termini di prescrizione corrono più veloci del vento.

Da questo punto di vista, mi consenta caro Direttore, il processo è una mera operazione “politica”. Termine da precisare perché non si arrabbino né le toghe, né gli amici, né gli avversari del governatore.

L’azione della Fallara è stata portata alla luce attraverso, come lei ha scritto, le falle aperte nel cdx cittadino. Le carte sono filtrate da lì e sono finite sui giornali. Quindi un’azione sicuramente politica, ossia rivolta a modificare l’assetto di potere nel cdx reggino. Il suicidio della Fallara, malgrado la pancia della città dica altro, è stato archiviato come un “banale” suicidio (chiedo scusa per il termine terribile e doloroso che uso solo perché fa capire che su quel gesto non esiste ufficialmente alcun mistero). Nessun complotto, nessuna oscura trama.

Non c’è alcuna ombra sul gesto tragico dell’ex donna più potente della città. Un dramma interiore, e come ogni suicidio di una persona pubblica (penso ai suicidi di Tangentopoli o al notaio Marrapodi) un gesto “politico” per definizione. La tragica ribellione alla solitudine, al linciaggio, all’abbandono da parte degli altri, a partire dagli amici.

La magistratura, a sua volta, portando Scopelliti alla sbarra per fatti, certamente gravi, ma estranei ad ogni corruzione o malversazione, ha dato una risposta indiretta al problema posto dalla bancarotta delle casse comunali. Punta alla condanna di Scopelliti e ha chiesto una pena severissima. A dire dei tecnici, cinque anni di carcere per i reati che gli vengono contestati hanno pochi precedenti. Ed è proprio quella richiesta a suggerire l’ipotesi che si voglia vedere ruzzolare la testa dell’ex sindaco offrendo alla città una prova di forza e determinazione che farebbe dimenticare altre polemiche ed altri dubbi.

Nell’unico capoluogo di provincia al mondo sciolto per mafia, chi guidò per anni quell’amministrazione potrebbe cadere per qualche trucco contabile nelle carte del comune (di questo, a stare alle carte e alle imputazioni processuali, si sta discutendo). Se è giusto che accada, bene. Ma se accadesse sarebbe risolta e andrebbe in soffitta la questione, che resta drammatica, delle relazioni tra ndrangheta, corruzione e politica a Reggio?

Lo so, la risposta la conoscono tutti, ma lei caro Direttore, la domanda me la faccia scrivere lo stesso.