LA POLEMICA/2. Comune sciolto per mafia. Acquaro: ad Arena vorrei ricordare che…

LA POLEMICA/2. Comune sciolto per mafia. Acquaro: ad Arena vorrei ricordare che…

AAS     di MASSIMO ACQUARO - Caro Direttore, ho letto la garbata risposta di Demetrio Arena e non intendo giocare facile, come spesso fanno i suo colleghi, quando con la replica finale danno randellate al malcapitato. Arena mi rimprovera perché ho sostenuto che nessuno, neanche lui, aveva fiatato sui comuni sciolti per mafia e (cito l'articolo di Arena) ricorda “le mie dichiarazioni qualche giorno dopo il provvedimento che ha riguardato l’Amministrazione comunale di Reggio Calabria”. Dichiarazioni critiche, è vero, ma arrivate dopo. Appunto, non prima, quando venivano falciati comuni i cui problemi, con lo scioglimento, s’aggravavano nell’indifferenza della politica e nella malcelata soddisfazione del Cdx quando il comune era di Csx e viceversa.

Ma salto tutte le questioni specifiche per rapide considerazioni.

Io credo che nei confronti di Arena sia stata commessa un’ingiustizia insopportabile. Non nelle aule di giustizia (su questo aspettiamo e vedremo cosa dirà la Cassazione), ma dal destino cinico e baro. Arena rischia, concretamente, di passare alla storia come l’unico sindaco di Reggio cacciato per mafia, malgrado il suo “regno” sia stato forse il più breve nella storia della città. Una fregatura. In confronto, a Scopelliti è andata di lusso (condanna a parte): una cosa è dire ai giornali e nei comizi che i conti di Reggio, come quelli di mille altri comuni, non sono a posto e che i giudici hanno sbagliato; un altro è, per Arena, far passare l’idea di non avere nulla a che fare con la ndrangheta nella capitale mondiale del crimine. Purtroppo per lui, tempo perso. Convincerà soltanto quelli che lo conoscevano e sono già convinti.

Ma io ho posto un altro problema. Per lo scioglimento di Reggio c’è voluto del tempo. Bisognerà capire quali circostanze hanno preparato quello sbocco e, prima o poi, mettere in fila fatti e responsabilità politici. Mi fermo a un paio di episodi soltanto.

Nel 2012, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, i giudici comunicarono ufficialmente che il 27% (dicasi ventisette, a lettere come negli assegni) della popolazione reggina era colluso con la mafia. Ad occhio e croce 150.000 abitanti. In prima fila ad ascoltare c’erano tutte le autorità e la politica che conta. C’erano anche, sorridenti come li ritrae una foto, il sindaco Arena e il presidente Raffa. Nessuno fiatò. Anzi, no. Il suo giornale, caro Direttore, sollevò il problema che la cifra sembrava astronomica e devastante. I giudici rifecero i conteggi (non si capisce come, servendosi di quali fonti e con quali riscontri, ma questo è purtroppo ormai secondario adesso) e confermarono: siamo alla mitica quota 27.

Ora qualcuno, non solo Arena, avrebbe dovuto capire che vento tirava e dove si sarebbe arrivati di questo passo. Niente, tutti allineati con il motto “io speriamo che me la cavo”.

Dal 2012 a pochi giorni fa. Al procuratore della Repubblica Cafiero è stata attribuita dal Corriere della sera una frase che suonava all’incirca così: a Reggio si voterà per il comune, una vera iattura, tanto comunque vada e chiunque si candidi vincerà la ndrangheta. Parecchie centinaia di migliaia di italiani, tutte le principali istituzioni del paese nelle cui rassegne stampa trionfano (giustamente) i titoli del Corsera, hanno letto la fosca ed autorevole previsione e si saranno confermati nel giudizio: quello è un inferno da cui stare lontani. Nessuno ha fiatato, nessuna obiezione. Poi, per fortuna, caro Direttore, il procuratore Cafiero a Polistena, era presente anche lei, qualche giorno fa, ha smentito di avere mai pronunciato o pensato una simile frase. Lei l'ha scritto e i suoi lettori ne saranno sollevati, tutti gli italiani che leggono il Corriere della Sera un po’ meno se non hanno la fortuna di navigare su Zoomsud.

Voglio dire che era molto, molto difficile che Arena & co. potessero scampare alla mannaia dello scioglimento per mafia, prima e dell’incandidabilità, dopo. E tutto è cominciato proprio con Alfano, ministro della giustizia, con la vicenda delle bombe a Reggio, con l’auto lasciata sul percorso presidenziale: era il gennaio del 2010 e quell’anno è stato terribile per la città e per la sua immagine in Italia e nel mondo. Il cdx reggino aveva pensato di cavalcare la tigre dell’anti-ndrangheta, di sostenere con un po' di denaro le associazioni, di sponsorizzare mediaticamente alcuni epigoni della lotta civile. Ma gli è andata male, come abbiamo visto. Quello è un meccanismo complesso; ha ragione Arena quando dice che è un mondo estraneo alla storia del cdx (e questo non è un bene, sia chiaro) ed è per questo che avevamo parlato di «apprendisti stregoni».

Adesso Alfano, ministro dell’Interno, si prepara ad annunciare in piena campagna elettorale il Piano straordinario del governo contro la ndrangheta. Se non si risolve in qualche soldato, in qualche scorta in più, in qualche convegno e dibattito, potrebbe essere una cosa importante per la regione. Alfano mostra di non voler scendere da questa giostra e fa bene, però poi non si lamenti nessuno se nel vortice della corsa qualcuno vola via e si fa male.