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L’ANALISI. Europee, il voto che rivoluziona la politica in Calabria. di ALDO VARANO

L’ANALISI. Europee, il voto che rivoluziona la politica in Calabria. di ALDO VARANO

ecal       di ALDO VARANO - UNO. Che il successo clamoroso del Pd in Calabria sia di Renzi e non di Magorno è argomento che non vale la pena discutere. E’ evidente. Ma questo modello interpretativo, da tutti usato in Calabria (Magorno, Oliverio, ma anche Scopelliti e Santelli) ha un limite: prende atto della realtà senza spiegarla. Da qui interpretazioni contraddittorie, strumentali, confuse. Incapaci di passare dalla propaganda alla strategia.

Così il risultato del Pd viene derubricato, nella migliore delle ipotesi, in una “vittoria passiva”. I calabresi non l’hanno scelta e nulla ad essi è dovuto per irrobustirla.

E se invece fossimo di fronte a un voto inedito non solo rispetto ai precedenti ma rispetto alla storia elettorale calabrese dell’ultimo mezzo secolo? Infatti, la sensazione è che in Calabria, questa volta, vi sia stato un voto libero e d’opinione che, sempre marginale nella nostra regione, era quasi sparito.

Il voto dei calabresi si è configurato per decenni come un gigantesco voto di scambio. Non di malaffare, che pure esiste, ma che fa la differenza solo in ridotte microaree. Ma voto-strumento nella competizione tra i gruppi sociali e i singoli calabresi per l’accaparramento delle risorse necessarie alla sopravvivenza. Investimento economico di larghi strati, soprattutto popolari, in cambio di facilitazioni nell’accesso al sistema dei bisogni (lavoro, contributi, benefici, abbattimento della meritocrazia, favoritismi, ecc).

Il corto circuito crisi generale/crisi calabrese ha rarefatto le risorse nazionali da redistribuire in Calabria provocando l’indebolimento di tutti gli apparati sociali (e ideologici) di controllo, paradossalmente proprio a partire dal clientelismo e dalla sua (distorta) capacità di allentare le tensioni. Leader e gruppi di potere non sono più credibili perché incapaci di rispondere perfino alla vecchia domanda clientelare: da qui tentativi (che di questo si tratta) nuovi e, insieme, la “liberalizzazione” del voto.

DUE. Di tali processi, verificabili empiricamente, segnalo un solo esempio. La lista Pd conquista in Calabria 267.736 voti ma la somma delle preferenze di tutti i candidati, si ferma a 254.681. Matematicamente, una parte molto larga di elettori non ha espresso alcuna preferenza restando separata e parallela rispetto al reale Pd che c’è in Calabria. Il fenomeno è ancor più massiccio nel M5S: 160.828 voti e solo 67.002 preferenze. Perfino Fi subisce la stessa logica: 146.677 voti e solo 117.723 preferenze. Insomma, i partiti in Calabria hanno raccolto voti a prescindere dalla loro concretezza e storia calabrese.

Solo Tsipras (31.524 voti e 33.904 preferenze) e Ncd (85.410 e 97.888) hanno più preferenze che voti di lista: Tsipras, ché ha aggregato un voto militante e di appartenenza di cultura novecentesca; Ncd, nutrito dallo scontro a coltello al suo interno e da una maggior tenuta (un minore sfaldamento?) del sistema di potere dell’ex Governatore Scopelliti.

Liberalizzazione del voto e nascita dell’opinione pubblica in Calabria sono contingenti o destinati a radicarsi? Si vedrà. Di certo, pur avendo a disposizione il movimento pentastellato la Calabria ha rifiutato la scelta protestataria del 2013. Il M5S che allora conquistò il 24,85 retrocede al 21,50. Con una specificità calabrese: al Sud M5S raggiunge il 24,06 in Calabria “solo” 21,50. Ma le percentuali non svelano tutto: il dato più clamoroso è quello reale, delle persone in carne ed ossa: il M5S nel 2013 prende in assoluto in Calabria 233.169 voti, ora 160.828. Quindi, 72.341 calabresi gli hanno voltato le spalle: oltre il 30% dei suoi vecchi elettori.

TRE. Perché il rigetto della protesta si orienta verso il Pd calabrese? Bisogna farsene una ragione: l’Europa, l’euro e via elencando hanno pesato meno di nulla sul risultato. Il renzismo è stato percepito in Calabria come una possibilità nuova, una rottura rispetto a riti, personaggi e procedure che hanno schiacciato nell’angolo prima i vecchi vantaggi subalterni e poi qualsiasi altra speranza. C’è nel voto calabrese un elemento messianico, un’aspettazione grandiosa ed anche, forse, un’attesa di soluzioni immediate impossibili da realizzare. La Calabria s’è tesa in uno sforzo grande come per sfuggire alla morte, spera in una terapia fulminea del Renzismo percepito come fenomeno diverso dal Pd.

Se quel partito dovesse riproporsi secondo la propria tradizione potrebbe quindi andare verso un disastro. Servono risposte che non si profilano (e non certo per colpa di Magorno) ma perché il Pd da tempo sembra essere scettico sulla possibilità di un allentamento delle tensioni meridionali e calabresi e di fatto sembra aver rinunciato a perseguirle. E’ questo il nodo strategico e non basteranno le primarie ad aggirarlo. Nessuno ha le soluzioni in tasca ed è proprio la loro mancanza, qui ed ora, ad alimentare i vecchi riti, dure contrapposizioni, più o meno confessate e inconfessabili, che paralizzano (ma soprattutto garantiscono) i vecchi gruppi dirigenti.

QUATTRO. Di certo, il Pd della Calabria non è fortunato. Si trova tra capo e collo due voti importanti come quelli regionale e del Comune di Reggio. Ma Reggio e la Calabria non sono i luoghi migliori per la prima verifica (di valore nazionale) del voto europeo di Renzi. Il centro destra con la conquista di Rende ha espugnato la capitale calabrese del renzismo e se dovesse arrivare un altro contraccolpo alla svolta delle europee, la Calabria diventerebbe, anche sul piano nazionale, terra irrecuperabile. Apparirebbe perfino legittimo ridurla ad un’anomala quesitone di ordine pubblico rinunciando al progetto di un suo recupero democratico.

Se il Pd calabrese, che si trova nella eccezionale situazione di dover gestire un patrimonio straordinario che ha fatto fin qui poco per meritare, dovesse restare ingolfato nella paralisi e nel già visto limitandosi a proporre un cambio di guardia, persone e gruppi (come teme e denuncia l’on. Laratta in una sua dichiarazione dei giorni scorsi), anziché dare risposte di merito e contenuto alle richieste del 25 maggio, sarà lo spreco di una delle ultime possibilità in cui spera questa regione.

E quando muore la speranza tutto diventa inutile.