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Reggio Città Metropolitana: un’altra ‘incompiuta’? - di OTTAVIO AMARO

Reggio Città Metropolitana: un’altra ‘incompiuta’? - di OTTAVIO AMARO

rcm       di OTTAVIO AMARO* - La città metropolitana di Reggio Calabria è istituita con legge dello Stato. Potenzialmente coinvolge 97 comuni per oltre 500.000 abitanti. Seppur vicina nei tempi normativi, si avverte ancora una oggettiva lontananza da una consapevolezza collettiva, capace d’innescare appartenenza ed identificazione cittadina. L’intuizione avanzata, sul piano della programmazione e della pianificazione territoriale, che sta dietro l’istituzione delle città metropolitane, capace di “ascoltare” quello che di più innovativo avviene nelle altre regioni europee, deve portare a credere che l’avvio di Reggio Città Metropolitana non può essere semplice passaggio burocratico calato dall’alto, o reiterazione passiva di un modello provinciale o, ancora, un allargamento delle competenze della città capoluogo.

La dimensione metropolitana è vista come una sfida importante sul piano europeo, pervasiva di gran parte degli indirizzi e dei programmi di sviluppo futuro. Per la Commissione Europea “le città sono considerate il luogo in cui la maggior parte delle persone vive, dove si sviluppa innovazione tramite la prossimità e i contatti sociali e dove sono organizzate la maggior parte delle attività economiche”. D’altro canto la complessità delle problematiche di carattere ambientale, di uso razionale e compatibile delle risorse, di condivisione dei beni e quindi di coesione sociale, vanno oltre la scala locale e di stretti confini amministrativi.

Questo si sta traducendo in scelte concrete come quella formulata nel PON - Fondi strutturali 2014-2020 per le città metropolitane o nella stessa disposizione europea che stabilisce l’utilizzo di almeno il 5% delle risorse FESR assegnate agli stati membri, per azioni a favore dello sviluppo urbano “con delega di gestione e attuazione conferita alle città”.

Da questo si capisce che strategicamente si punta su diversi piani a orientare investimenti e soprattutto a rimettere in discussione problemi di governance e di relazioni istituzionali, soprattutto nel rapporto con le regioni. In questo quadro le programmazioni regionali non possono continuare a ragionare in termini tradizionali, ma relazionarsi in sintonia con tali programmi. La stesura in progres del POR della Calabria, non sembra ancora pienamente consapevole, omettendo o rimuovendo spesso la stessa definizione di città metropolitana.

La presenza di una città metropolitana in Calabria può rappresentare una novità di cambiamento che supera la mancanza storica-strutturale di una condizione urbana spalmata in tanti frammenti incapaci d’innescare coesione e quindi sviluppo e innovazione.

La Città Metropolitana di Reggio Calabria non si configura semplicemente come un estensione geografica, anzi in essa è facile individuare alle diverse scale di osservazione enormi potenzialità: il Porto di Gioia Tauro, l’Università Mediterranea, Il Parco Nazionale dell’Aspromonte. E a scendere di scala, aree protette, risorse etniche culturali, paesaggi e risorse rurali, beni archeologici.

Siamo in presenza cioè di un possibile ‘racconto’, o direi di una possibile ‘utopia’ (scenario che sembra mancare ormai negli orizzonti della politica) capace di ritrovare il punto d’incontro tra le attuali debolezze (urbane, economiche, etc.) con la presenza di risorse paesaggistiche, economiche, culturali, esistenti, interagendo con una posizione geografica di grande potenzialità, che ha nell’area dello Stretto e nel Mediterraneo sicuramente il suo riferimento principale.

Ciò si traduce in un possibile salto di scala che le nuove classi dirigenti, i programmi ed in primis la città capoluogo possono assumere su un piano innovativo e di cambiamento strutturale: mobilità, servizi, istruzione, risorse culturali e ambientali, rigenerazione urbana, possono essere ripensati alla luce del salto di scala urbana, che cambia i tradizionali rapporti di forza e di competitività anche sul piano di una governance, da decentrare e ripensare rispetto all’attuale centralismo regionale.

*professore UniMediterranea