Direttore: Aldo Varano    

PD PRIMARIE. Ma cosa ha veramente deciso il parlamentino democrat a Lamezia? ALVA

PD PRIMARIE. Ma cosa ha veramente deciso il parlamentino democrat a Lamezia? ALVA

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di ALDO VARANO - Qual è la decisione vera presa dalla riunione del parlamentino del Pd presente il plenipotenziario di Matteo Renzi, Lorenzo Guerini? Un parlamentare di peso, in modo assolutamente riservato, si lascia sfuggire la verità: “Abbiamo rinviato lo scontro, che sarà furioso, a data da destinarsi. In ogni caso, un rinvio a tempi brevissimi. Oggi abbiamo deciso il via a una campagna elettorale per il candidato presidente in un clima di contrapposizione di tutti contro tutti. Avremmo potuto fare molto meglio. Ma c’è stata una gestione disastrosa”.

Il parlamentino calabrese del Pd è formato da circa trecento persone. Anche loro come i trecento di Pisacane pur essendo (molti) giovani e forti (politicamente) sono morti, nel senso che non contano un granché. In 300 non si decide niente. Al massimo si alza la mano per approvare o respingere quel che altri hanno deciso. Il potere, quello vero, è rimasto in mano ai potentati del partito che, di volta in volta, trovano accordi e mediano. Ma quando si tratta di rinegoziare i rapporti di potere, questo significa la scelta del candidato presidente, salta tutto in aria.

La decisione l’hanno presa in pochissimi: Nico Stumpo e Nicodemo Oliverio, Principe, Adamo e Sulla, il segretario reggino del Pd Seby Romeo, forse qualche altro. Sono stati loro (al telefono con altri capicorrente), a decidere quel che il parlamentino avrebbe dovuto decidere. Difficilmente avrebbero però trovato la quadra se non li avesse soccorsi “il lodo Battaglia” (questa la voce in sala) che avrebbe proposto un documento che realisticamente fotografa la realtà.

I 300, spaesati e spaccati, dopo essersi sfogati, approveranno: primarie di coalizione il 21 settembre, presentazione delle candidature entro il 23 luglio (il 23 e non prima perché il Consiglio del 22 potrebbe modificare la legge sulle primarie).

Ma il punto centrale è un altro: in quanti lotteranno nell’arena per la palma di candidato? Lo statuto del Pd è vincolante. Per candidarsi servono il 35% delle firme dei magnifici 300. Quindi al massimo i candidati Pd possono essere due. Se poi un candidato raccoglie una firma in più del 65% chiude i giochi e resta solo a misurarsi con eventuali altri candidati di altri partiti della coalizione.

Tutti quelli che hanno la forza e la voglia potranno misurarsi nella raccolta delle firme: progetti, proposte, valutazioni che si sono accavallati confusamente in queste settimane di discussione su candidati unici, personalità della società civile, rinnovamento sono cancellati.

Paradossalmente, è una decisione di buon senso quella presa. Nel Pd nessuno sarebbe stato in grado di orientare il parlamentino su un percorso diverso da quello imposto dalle regole statutarie. Furbizie, candidature a trucco per spaccare gli avversari, hanno moltiplicato rancori e cattivi pensieri. Che sarebbe finita così era apparso chiaro già nelle settimane scorse. Roma aveva avvertito: ci mettiamo la faccia solo se fate una proposta convincente. Ma la proposta convincente non l’ha tirata fuori nessuno. E l’unica soluzione è stata quella di affidare tutto ai rapporti di forza e allo scontro.