Direttore: Aldo Varano    

L'INTERVENTO. Sviluppo del Sud e della Calabria: è responsabile la politica? DANIELE

L'INTERVENTO. Sviluppo del Sud e della Calabria: è responsabile la politica? DANIELE

rspn       di VITTORIO DANIELE* - Se il Sud è rimasto indietro la colpa è soltanto della sue classe dirigente, in particolare di quella politica. Sono i politici meridionali ad avere le maggiori responsabilità. È, questa, un’opinione assai diffusa, curiosamente condivisa anche da molti politici. È sottinteso: colpe e responsabilità riguardano il passato. Da sempre, infatti, le classi dirigenti del momento lanciano accuse a quelle che le hanno precedute, se non altro per giustificare i propri insuccessi. Ciò dovrebbe, quantomeno, farci insospettire. E se le cose non stessero esattamente nei termini in cui vengono rappresentate? E se lo sviluppo economico non dipendesse, se non marginalmente, dal ceto politico regionale?

Potrebbe sembrare un paradosso. Forse anche una provocazione. Ma si guardi fuori dal nostro Mezzogiorno. Si confronti la situazione del Sud con quella di altre regioni europee e ci si chieda, poi, se davvero lo sviluppo dipende dalla qualità dei politici locali. Nell’Unione Europea vi sono 272 regioni. Se le si ordina secondo il loro livello di sviluppo (misurato dal Pil pro capite), si osserva come le regioni meridionali si collochino nella parte bassa della graduatoria, cioè tra quelle meno sviluppate. Per esempio, la Basilicata si trova alla posizione 209, la Puglia al 219esimo posto, la Calabria al 226esimo, la Campania al 231esimo posto. Curiosamente, in questa graduatoria dello sviluppo, la Calabria si trova accanto a due regioni del Regno Unito, la Cornovaglia e il Galles dell’Ovest. Un’altra regione della Gran Bretagna, il Lincolnshire, è a poche posizioni dalla Basilicata, allo stesso livello di sviluppo di regioni della Slovacchia, della Grecia, del Portogallo e della Repubblica Ceca. È difficile credere che in tutte queste regioni la causa del ritardo economico sia la qualità delle classi dirigenti locali. Le cause, probabilmente, sono altre.

Negli ultimi quindici anni, tra le regioni europee che sono cresciute di più vi sono quelle dell’Est. Regioni arretrate della Polonia, della Romania, della Lituania hanno intrapreso un percorso di convergenza economica rispetto a quelle più avanzate. Negli ultimi anni, migliaia di imprese italiane hanno delocalizzato la produzione nei paesi dell’Est creando decine di migliaia di posti di lavoro. Nella sola Romania sono attive circa 16.000 imprese italiane, con 800.000 occupati. Negli anni scorsi, la Fiat ha realizzato grandi stabilimenti in Serbia e Polonia. Quali le ragioni? Perché queste imprese non hanno investito nel nostro Mezzogiorno? Forse perché scoraggiati dalla modesta qualità dei politici calabresi, pugliesi o siciliani? Più prosaicamente, in Polonia, la tassazione sui redditi d’impresa è del 19 per cento, in Romania del 16, in Serbia del 15, in Bulgaria del 10 per cento. In Italia, di contro, la tassazione d’impresa è del 31,4 per cento. E ancora, il costo orario del lavoro (oneri inclusi) è di 8,8 euro in Croazia, di 7,5 euro in Polonia, di 6 euro in Lituania e di soli 4,5 euro in Romania. In Italia, il costo orario del lavoro è di 28 euro. Nei paesi dell’Est, normative snelle e scarse tutele per i lavoratori rendono assai competitivo il sistema economico. Si tratta di fattori che nulla hanno a che fare con la politica locale. Si potrebbe obiettare che l’Italia è un paese avanzato e che, dunque, il confronto con quelle nazioni è improprio. Non si può certo ridurre il salario degli operai italiani del 3-400 per cento, né eliminare (come alcuni vorrebbero) le tutele dei lavoratori. Ma è con la Polonia, con la Romania, con la Croazia che oggi l’Italia (e in particolare il Meridione) si trova, di fatto, a competere. Certo, un paese sviluppato come il nostro dovrebbe puntare su ricerca e innovazione per crescere. Ma l’Italia, si sa, quanto a investimenti in ricerca è indietro, per responsabilità che riguardano più gli imprenditori che i politici.

Nello sviluppo economico contano molti fattori. Tra questi, il livello della tassazione, il costo del lavoro, la qualità della regolamentazione, la posizione geografica rispetto ai grandi mercati, continuano ad avere un grande peso, certo assai superiore a quello che può avere il ceto politico locale. Se al Sud, il livello della tassazione fosse quello della Serbia (per non dire del Lussemburgo e dell’Irlanda), gli investimenti esteri affluirebbero, a prescindere dagli inquilini dei palazzi regionali. Con tutto ciò non si vuole sostenere che la politica regionale o locale non abbia responsabilità o non conti affatto. Ma per lo sviluppo economico sono, certamente, assai più importanti le politiche nazionali che influenzano la competitività complessiva del sistema economico. Nel Mezzogiorno vivono 21 milioni di persone e si produce il 23 per cento del reddito nazionale. Poiché le sue performance economiche influenzano quelle dell’intero paese, il suo sviluppo non può essere sbrigativamente liquidato come una questione locale o regionale, come oggi accade, anche a causa di una debole (per non dire inesistente) rappresentanza politica meridionale.

Dalla politica locale dipendono, invece, molti servizi fondamentali. La buona politica locale serve per avere una sanità affidabile ed efficiente. Per non avere città sommerse da montagne d’immondizia. Per scegliere dirigenti pubblici capaci, selezionati per merito e non unicamente per appartenenza politica o famigliare. Serve per utilizzare in maniera efficiente le risorse pubbliche, evitando che fiumi di quattrini vengano dilapidati in insopportabili e ingiustificabili privilegi, o per alimentare reti clientelari e piccole e grandi rendite. È su queste cose, su ciò che davvero la politica può fare e non fa, che andrebbero valutate le responsabilità. Quelle di buona parte del ceto politico meridionale apparirebbero certamente assai gravi.

*UNICZ