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LO SCONTRO. Lanzetta e Bindi: quanto è inutile l'Antimafia?

LO SCONTRO. Lanzetta e Bindi: quanto è inutile l'Antimafia?

lnzb     di ALDO VARANO -

Le dichiarazioni sulla Commissione parlamentare antimafia rilasciate dalla Lanzetta (già sindaco già ministro, e sempre farmacista) costituiscono un gravissimo errore politico e culturale.

La Lanzetta ha dichiarato di avere “dubbi sull'utilità della commissione antimafia così com'è, visto che la ndrangheta è sempre più forte, nonostante le migliaia di audizioni realizzate in 50 anni». Errore imperdonabile, perché dire una cosa giusta (che la Commissione non serve a un tubo rispetto alla sconfitta della mafia) in un momento e circostanza sbagliati (mentre lei è impigliata in un incredibile pasticcio politico che è possibile tirare e che viene tirato da tutte le parti) non risolve nessuno dei due problemi ma li aggrava entrambi.

L’inutilità dell'Antimafia, intanto, va precisata. E’ inutile rispetto alla sconfitta delle mafie (e su questo è difficile dare torto non solo alla Lanzetta ma a chiunque) ma non è vero che non abbia alcuna funzione. L’antimafia è divenuta negli ultimi decenni una specie di cimitero degli elefanti offrendo ruolo e visibilità a politici al termine della propria carriera o che non si sa dove collocare. Se si esclude la presidenza Violante, tra l’altro molto contestata e criticata, tutte le altre sono servite per dare il benservito a qualche politico e non sono mai state conseguenza di un progetto strategico contro la bestia mafiosa. Così per i presidenti. Così anche per molti rispettabilissimi componenti che nel tempo ne hanno fatto parte occupando una posizione retoricamente prestigiosa e delicata perché inutile rispetto all’obiettivo.

La Bindi bisognava toglierla dai piedi perché Renzi (non ancora segretario) non la sopportava e quindi nella loro Toscana (che è soprattutto di Matteo) sarebbe stata rottamata? E’ finita in Calabria (forse votata anche dall'incolpevole De Gaetano) e da lì, accolta con ubbidienza, non essendo venuto meno l’ostracismo renziano, non è riuscita ad andare oltre l’Antimafia. Beppe Pisanu, anche lui splendido passato, diventato inservibile per tutti i progetti in campo nel Cdx e nel Csx, fece la stessa fine. Bisognava togliersi dalle scatole gruppettari e rifondaroli che pure portavano voti in parlamento? E fu presidente Forgione. Lumia rompeva in Sicilia? Anche lui presidente. E in passato Alinovi, Chiaromonte, e altri prestigiosi personaggi, diventarono presidente per tenere buona l’opposizione coi pennacchi.

Diego Gambetta, uno dei più autorevoli studiosi al mondo delle mafie, fondatore del teorema della mafia come “moderna industria della protezione dei mercati illegali” (una delle pochissime teorie che pur non utilizzando mai suggestioni razziali riesce a spiegare per intero e in modo laico il devastante fenomeno), ha scritto:

“In passato l’apporto della Commissione non fu privo di ambiguità (…) Si ha l’impressione che questo istituto – di cui pure fecero parte Cesare Terranova e Pio La Torre, che hanno pagato con la vita la lotta alla mafia – sia servito come una palestra in cui le forze al governo permettevano all’opposizione di sinistra di menare pugni antimafia purché rigorosamente nel vuoto …”. (Oxford – non Roccacannuccia – dicembre 1993; D. Gambetta, La mafia siciliana, Einaudi). Giudizio illuminante che ha come asse decisivo il riferimento impietoso ai pugni contro le mafie “purché rigorosamente nel vuoto”.

C’è da aggiungere che negli ultimi 23 anni la situazione, rispetto ad allora, s’è logorata. L'Antimafia è diventata palesemente inutile rispetto all'obiettivo di indebolire le mafie. E' diventata una palestra dell'eccellenza mediatica in cui si muovono consulenti, giornalisti, magistrati in distacco, politici senza più lavoro, dentro un vortice che muove soprattutto un importante spazio mediatico favorendo visibilità e carriere mentre le mafie, sostiene quello stesso mercato quasi a tutelare il proprio futuro, diventano sempre più potenti e devastanti.

Ma sarebbe ingiusto far dipendere l’inutilità dispendiosa della Commissione antimafia (presidenza, macchine, scorte, personale, consulenze. Missioni in periferia) dai suoi presidenti. Uno strumento ipotizzato oltre mezzo secolo fa, quando il mondo era in un altro modo, nato per approfondire il fenomeno e dare indicazioni sulla sua distruzione, mezzo secolo più tardi è strutturalmente ridicolo e grottesco e riesce al massimo a testimoniare il proprio fallimento.

Se ne accorsero già Falcone e Sciascia: lo sanno benissimo i componenti, quelli più intelligenti, dell’Antimafia. Unico merito della Commissione: avere accumulato un archivio straordinario di documenti sul fenomeno a cui hanno attinto (vedi testimonianze di Lupo, Sciarrone e altri storici e sociologi) studiosi che solitamente, grazie a quei documenti, arrivano ad analisi molto diverse di quelle che infuriano nel paese, facendo crescere una domanda gigantesca che tutti evitano con paura: perché non si riesce a cancellare le mafie dall’orizzonte della storia italiana riducendole alla normalità fisiologica di devianze criminali? Mezzo secolo per battere un fenomeno non nel Medioevo ma nella società contemporanea è ridicolo: o l’analisi del fenomeno è sbagliata o gli strumenti per combatterlo servono in realtà a proteggerlo perché non colpiscono o sono comunque depistanti.

La Lanzetta mescola tutto questo con la sua vicenda e il caso De Gaetano, col ruolo della Bindi che rilancia la Calabria come centro assoluto del male, con le pulsioni imbarazzanti dell’antimafia (proprio mentre in Sicilia una delle maggiori penne italiane della mafia, Attilio Bolzoni, scopre un imbarazzante prossimità antimafia tra toghe in carriera, giornalisti talvolta pagati, pezzi equivoci dei servizi e dello Stato) in Calabria nessuno sembra avere voglia di frugare adeguatamente.

Sì, un gravissimo errore, signora Lanzetta.