Direttore: Aldo Varano    

La mafia si vince col lavoro

La mafia si vince col lavoro
ppfrn   di ALDO VARANO -
Un coraggio da leone. Un’audacia e una temerarietà straordinarie. Come serve per ristabilire una verità, perfino banale, quando è ormai stata sotterrata da luoghi comuni, pregiudizi, frasi fatte che, ripetuti all’infinito, diventano santuari intoccabili.

Francesco sfida l’ovvio sepolto dalle dicerìe, nascosto dagli interessi di carriera delle corporazioni, negato da politici e classi dirigenti che si nutrono di fallimenti.

Solo una grande sensibilità ha occhi tanto innocenti da poter scorgere nuovamente ciò che è limpido. Francesco c’è riuscito perché è più aduso alle persone che agli schemi, alla dignità della persona anziché al gioco delle convenienze.

Gli è venuto facile, ricevendo una delegazione di lavoratori di Vibo, uno dei cuori sofferenti del Sud e della Calabria devastati dalle anomalie selvagge della criminalità organizzata, riscoprire la verità: «La mafia si vince col lavoro». Lo ha ricordato in un modo che più semplice e chiaro non si può. Semplicità e chiarezza dirompenti perché talvolta l’ovvio è una rivoluzione.

Ascoltiamolo: «Quando non si guadagna il pane, si perde la dignità. Questo è il dramma del nostro tempo, specialmente per i giovani, i quali, senza lavoro, non hanno prospettive per il futuro e possono diventare facile preda delle organizzazioni malavitose».

Via d’incanto gli invincibili richiami del sangue, parentele e familismi vincolanti; calabresità sospettosa perché connessa alla predisposizione al male e al malaffare violenti. E via professionisti dell’antimafia più interessati all’estetica che all’etica; la natura omertosa; i sofisticati modelli culturali che malnascondono teoremi razzisteggianti.

Al centro, anche per la liberazione dalle mafie, c’è l’uomo, ricorda il Papa. L’uomo che s’intreccia allo strumento principe che crea la dignità necessaria per opporsi a tutte le forme di criminalità organizzata: il lavoro. Il lavoro che dispiega le proprie potenzialità. Il potentissimo mezzo di incivilimento tra tutti gli uomini.

Ce ne siamo dimenticati in Calabria e al Sud. Tutti parlano di lavoro, ma il suo ruolo specifico e il suo valore primario li abbiamo smarriti da tempo immaginando, inventando, urlando che il problema fondamentale di questa terra è la ‘ndrangheta, come fosse possibile battere le ‘ndranghete senza fare insieme crescere la dignità delle persone e la liberazione dal bisogno che produce violenza e sottomissione.

E’ qui la radice dei fallimenti nella lotta contro le mafie che continuiamo a registrare in Calabria. Colpa dell’illusione che una società possa cambiare e trasformarsi senza il lavoro.

«Al centro di ogni questione, specialmente quella lavorativa, va sempre posta la persona e la sua dignità», c’insegna Francesco. Certo, il Papa ha scoperto l’acqua calda. E’ vero. Com’è vero che qui avevamo dimenticato tutti come l’acqua calda si fa.

Francesco ha le idee chiare: «Rivolgo un accorato appello affinché non prevalga la logica del profitto, ma quella della solidarietà e della giustizia. Avere lavoro è una questione di giustizia, è una ingiustizia non poter avere lavoro». Invece «Ci sono sistemi sociali, politici ed economici che in diverse parti del mondo hanno basato la loro organizzazione sullo sfruttamento. Hanno scelto, cioè, di non pagare il giusto e di cercare di ottenere il massimo profitto a ogni costo, approfittando del lavoro degli altri, senza preoccuparsi minimamente della loro dignità. Questo va contro Dio! Chi non lavora, non mangia e ha perso la dignità ed è la società che ha spogliato questa persona di dignità».

Le conseguenze sono dirompenti anche se Francesco non le ha esplicitate.

Tra le più importanti, rispetto alla criminalità organizzata, è che la responsabilità della sopravvivenza della mafia è di chi non promuove politiche che con la crescita del lavoro lievitino la nostra dignità collettiva cancellando le mafie dall’orizzonte della nostra convivenza. La politica è l’unica energia che, creando lavoro, può sconfiggere la mafia ed è quindi la principale responsabile della sua devastante presenza. Ancor prima che per le sue complicità, che esauriscono ogni attenzione e denuncia, perché non assolve al ruolo di dirigere la società promuovendone la crescita. La società civile ha consentito che la politica, in una crisi crescente e sempre più pericolosa, si chiamasse fuori dalla responsabilità primaria della sconfitta delle mafie, riducendo il suo ruolo all’appoggio a un’antimafia attraverso contributi generosi e spesso opachi.

Da qui, la conclusione che Francesco ha regalato a tutti improvvisando: «Per favore lottiamo su questo: la giustizia del lavoro». “Lottiamo” per un lavoro che perché sia giusto è intanto necessario che ci sia.

Continua dunque a dipanare un lungo filo della dignità della persona il Papa dei credenti, e sempre più spesso anche di chi credente non è. A Rossano parla contro la mafia e va in carcere dai detenuti. A Scampia - il respiro di Gomorra -, altro cuore dolente di un Sud piagato, non pronuncia mai la parola Camorra, Ma si scaglia contro "la mancanza di lavoro per i giovani"; ricorda che chi costringe al lavoro nero "non è crisitiano e se dice di essere cristiano é bugiardo". Perché "Con la  mancanza di lavoro viene a mancare la dignità e la persona rischia di  cedere a ogni sfruttamento".