Direttore: Aldo Varano    

TEOREMA MEZZOGIORNO. Se l’Italia divorzia dal Sud

TEOREMA MEZZOGIORNO. Se l’Italia divorzia dal Sud

ns    ISAIA SALES* - Che sia in atto un divorzio tra la classe dirigente italiana e Sud è da tempo evidente. Che questo divorzio non preveda neanche le spese per il sostentamento del partner piu debole è altrettanto evidente.

La strategia della separazione, che per un ventennio è stata la bandiera di una forza politica che tanta importanza ha avuto negli equilibri dei governi nazionali e locali, si sta realizzando nei fatti senza grandi sconvolgimenti istituzionali. Ed essa riguarda principalmente la cultura politica del Paese che oggi è assolutamente e senza imbarazzi ameridionale.

Il fatto che questo obiettivo (la separazione) sia scomparso dal linguaggio politico della Lega di Salvini può semplicemente dire che la missione è stata compiuta (senza scontri e tensioni) e si può passare ad altro. Si può essere separati senza ratifica giuridica, vivere nello stesso Paese ed essere estranei.

Oggi il Sud è estraneo alla nazione. Dispiace, ma bisogna prenderne atto. Quando una persona seria come Pier Carlo Padoan, interpellato sulla gravità della situazione economica e sociale meridionale, non sa dire altro che "il tema va riaperto, senza però politiche specifiche (altrimenti residuali), solo con politiche generali ma senza risorse aggiuntive", ti chiedi se il ministro dell'economia sa esattamente di cosa sta parlando o sta scherzando. Come si fa in economia a riaprire una questione senza politiche specifiche e senza risorse aggiuntive?

Il divorzio riguarda anche il linguaggio: si usano i luoghi comuni più abusati per nascondere ciò che non si vuole confessare: il Sud non è un problema per la classe dirigente dell'Italia contemporanea. Non lo è stato per il centrodestra (e ciò non poteva suscitare meraviglia vista l'alleanza con la Lega), non lo è per il centrosinistra di Renzi, nel quale l'anelito alla giustizia sociale dovrebbe essere ancora tra gli elementi distintivi rispetto all'altro schieramento.

Sembra che si sia azzerata una lunga storia politica, che ha fatto da collante e ha fornito un'identità a una nazione formatasi con apporti e punti di partenza profondamente diversi. In fondo la cultura meridionalista è stata per più di un secolo e mezzo coprotagonista della cultura politica italiana.

Com'è stato possibile questo approdo a prima vista sorprendente?

So che in tanti, anche al Sud, ritengono che questo azzeramento non sia altro che la conseguenza dei guasti prodotti dalle classi dirigenti meridionali. Non voglio tornare su questo argomento spinoso e lacerante; ma anche al netto delle evidenti responsabilità locali, di un malgoverno continuo e tenace, non sono essi da soli a spiegarci questo approdo imprevisto di una lunga storia. Ciò che è inaccettabile da parte di coloro che la pensano in questo modo è il definire "sudista" chiunque provi a delineare un'altra spiegazione di questo ribaltamento culturale e politico e a ritenere insufficiente il teorema dei meridionali come unici artefici dei loro mali.

In fondo quando è entrata in crisi lo Stato erogatore di risorse, che ci aveva accompagnato dal secondo dopoguerra fino agli anni ottanta del Novecento, si è innestata una guerra "calda" per l'attribuzione delle sempre più scarse risorse pubbliche.

Quella guerra è stata vinta dalla classe dirigente politica ed imprenditoriale del Nord, servendosi di un battage ideologico fortissimo che ha potuto contare su tutto il sistema informativo nazionale (pubblico e privato) e anche sull'auto fustigazione dei ceti intellettuali meridionali.

Non si è capito, cioè, che prima che di una battaglia culturale si trattava di una tenzone per l'attribuzione di risorse. Se si controllano bene tutti i dati a disposizione, si pub verificare che in un ventennio sono stati nettamente modificati i parametri di ripartizione delle risorse per le opere pubbliche, per la sanità, per la scuola, per le università, per gli incentivi alle imprese, per l'attribuzione della spesa pubblica per abitante. Anche il livello di tassazione locale si è fortemente invertito. Si è trattato, insomma, di un silenzioso massiccio trasferimento di risorse dallo Stato centrale verso il Centro-Nord accompagnato (e giustificato) dalla più massiccia propaganda sui difetti morali e civili dei meridionali che si era mai conosciuta nella storia italiana.

A partire dall' identificazione tra mafie e Sud, tra malgoverno e rapina di risorse.

Bisogna ammetterlo: un lavoro ben fatto di impoverimento dei più deboli facendoli passare per sperperatori seriali, per responsabili del disastro nazionale.

Lo Stato si è ritirato dal Sud, e per meglio mascherare la ritirata c'è stato bisogno di convincere i meridionali che se lo meritavano. E in questo modo si è chiuso il lungo capitolo del dare e dell'avere tra Stato italiano e Sud che ha accompagnato e in parte condizionato la storia della nazione.

Ma l'operazione ideologica di fare del Sud la sentina di tutti i mali del Paese viene smentita quotidianamente, eppure non si sviluppa una reazione pari a quella che è stata messa in atto per giustificare una diversa attribuzione di risorse. Mancano al Sud la voce e i mezzi sufficienti. Eppure basterebbero pochi dati per convincersi di come il teorema non aveva e non ha nessuna base scientifica né tantomeno culturale e politica.

Bisogna fare i complimenti a coloro che, protagonisti dei principali scandali nazionali, sono riusciti ad occultare il dato che la nazione è infetta a partire dai centri di comando economici e politici collocati in gran parte nel Centro-Nord, nel cuore di quel sistema politico e imprenditoriale sempre rimasto egemone nella vita della nazione, come tutte le inchieste della magistratura hanno dimostrato. Dal 1992 in poi a finire all' Expo di Milano, dagli scandali sul petrolio a quelli delle varie cricche che hanno deciso l'attribuzione delle principali opere pubbliche, dal Mose di Venezia fino all'attuale inchiesta di Firenze, dal terremoto dell'Aquila fino all'inchiesta su Roma capitale, nelle intercettazioni telefoniche non è la lingua napoletana o siciliana a metterci davanti la volgarità e la bassezza morale di quelle classi dirigenti nazionali.

Insomma, le grandi opere pubbliche destinate quasi esclusivamente ai territori centro-settentrionali, a seguito della campagna denigratoria sul Sud scialacquone e inefficiente, sono state tutte, dico tutte, interessate al malaffare. Emarginando il Sud non si è affatto migliorata la qualità morale del Paese, questo sicuro. La mappa territoriale della corruzione segue come un'ombra la mappa delle grandi opere pubbliche decise dopo aver modificato la ripartizione delle risorse tra Nord e Sud. Non si è fatto il ponte sullo Stretto di Messina, né l'alta velocità fino a Reggio Calabria con la motivazione di non favorire le mafie, e si è dato il Paese in mano a cricche che dal punto di vista degli appetiti sono stati all'altezza delle mafie.

*questo articolo di Isaia Sales (saggista, professore di Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d'Italia, ex parlamentare) è apparso sul Mattino di Napoli e viene riproposto ai lettori di Zoomsud con l'esplicita autorizzazione dell'autore.