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L’ANALISI. Oliverio e la guerra di Roma

L’ANALISI. Oliverio e la guerra di Roma

lvrrn   di RICCARDO TRIPEPI -

Il rischio isolamento per Mario Oliverio è sempre più alto. Gli ultimi incidenti "diplomatici" con Graziano Delrio e Rosy Bindi hanno ulteriormente dimostrato la gravità dello strappo consumato con il governo Renzi e con gran parte del Pd.

Un clima di conflittualità che non promette nulla di buono per la Calabria e che riporta il Pd regionale a quella balcanizzazione che ne aveva provocato il lunghissimo commissariamento. I rapporti di Oliverio con i renziani non sono mai stati facili. Già la scorsa estate, l'ex presidente della Provincia cosentina ha mandato il partito sull'orlo dell'implosione per ottenere le primarie. I renziani di Magorno hanno tentato di impedirle in ogni modo contando sulla sponda romana di Luca Lotti. Alla fine, anche per incapacità di trovare un candidato di superamento o che potesse battere Oliverio, Magorno ha dovuto accettare le primarie e di "sacrificare" Gianluca Callipo nell'improbo confronto.

Oliverio, però, in quel momento seppe non strafare. Vinse l'elezione, concesse l'onore delle armi all'avversario battuto, cercando di accreditarsi a Roma con interlocutore diretto di Renzi. Lo si ricorda, insieme a molti bersaniani doc di Calabria, alle cene capitoline di finanziamento del partito volute proprio dal premier.

Poi, con l'avvio della sua avventura da governatore, qualcosa si è rotto forse in modo irreparabile. Oliverio dallo scranno più alto di palazzo Alemanni ha iniziato ad agire da uomo solo al comando. Dalle prime scelte, ad esempio quella legata alla presidenza del Consiglio, a quelle legate alla giunta, ha deciso di fare di testa propria senza alcun tipo di confronto né con il partito calabrese, né con quello nazionale. Anche in relazione alle priorità dell'agenda politica ha agito con l'unico scopo di avere le mani libere. Tra i primi provvedimenti: la riforma dello Statuto per eliminare la figura del consigliere supplente e spazzare via il limite al numero degli assessori esterni. Riforma che arriverà in Consiglio regionale lunedì prossimo per la seconda e definitiva approvazione e che avrà come effetto quello di slegare ancora di più l'azione del governatore dalle dinamiche del partito. E anche dal controllo e dal pungolo del Consiglio regionale.

Le scelte fatte con gli uomini da inserire in giunta hanno poi segnato il punto di non ritorno. Anche in questo caso nessun renziano premiato e la scelta di De Gaetano che, appena qualche mese prima, era stato escluso dalle liste per le regionali.

Troppo per il governo Renzi che tramite il sottosegretario Delrio, proprio colui che era in visita al porto di Gioia ieri l'altro, aveva preso le distanze dall'esecutivo calabrese. Determinando, appena qualche ora dopo, il gran rifiuto dell'ex ministro per gli Affari regionali Maria Carmela Lanzetta che ha lasciato sguarnito un altro posto di assessorato nella giunta calabrese. Neanche in quel momento Oliverio ha vacillato. Anzi il suo entourage faceva filtrare messaggi che addirittura ipotizzavano una possibile rottura tra Delrio e Renzi e che la presa di posizione del sottosegretario fosse personale e non da attribuire all'intero governo.

Un errore di valutazione imperdonabile che Oliverio e i suoi hanno ripetuto anche in relazione alla nomina del commissario ad acta per il piano di rientro dal debito sanitario. Anche davanti all'evidenza delle modifiche normative, hanno inviato pareri al governo per ottenere che fosse Oliverio il commissario. Il risultato è sotto gli occhi di tutti e il governatore, come dimostrato dal faccia a faccia di ieri, dovrà convivere con Massimo Scura. Ad Oliverio adesso la scelta sulla quale si giocherà l'intera legislatura: sotterrare l'ascia di guerra e provare ad avviare un dialogo diverso con tutto il partito oppure proseguire uno scontro all'arma bianca dal quale ha poche possibilità di uscire vincitore.