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G Berlinguer, quando raccontò la politica ai ragazzi di Lamezia

G Berlinguer, quando raccontò la politica ai ragazzi di Lamezia

Giovanni-Berlinguer     di ALDO VARANO –

Un po’ prima del natale del 2002 mi arrivarono due telefonate: una di Gianni Speranza professore di filosofia a Lamezia; l’altra di Giovanni Berlinguer figura di spicco della sinistra italiana. Entrambi mi chiesero di andare a Lamezia per raccontare una cena tra Giovanni e un gruppo di studenti di Speranza, che aveva raccolto la loro proposta e, avviata la discussione, si limitò ad assistervi per non condizionarli. Una cena come occasione per una discussione senza rete su qualsiasi argomento avrebbero voluto affrontare i partecipanti. “Vedrai che è interessante e non perdi tempo”, mi sollecitò Giovanni che, modesto com’è rimasto per tutta la vita, ignorava che difficilmente qualcuno sarebbe riuscito a impedirmi di esserci. Fu una discussione vera, fresca, reale.

Quello che segue è l’articolo pubblicato sull’Unità il 22 dicembre di quell’anno.

LAMEZIA TERME. Irrompe il vecchio Kant nella discussione tra il gruppo under 22 e Giovanni Berlinguer. Lo citano a lungo i giovani. Le leggi universali della morale e l'imperativo categorico quasi si materializzano, irrobustiscono lo slancio ideale e si contrappongono al resto della città dove si avverte ancora la eco del blitz contro clan feroci e sanguinari.

E' una ventata potente di aria pulita quella che fanno soffiare questi ragazzi, speranza di una Lamezia dove il centrodestra ha riaperto le porte del potere cittadino a "famiglie" tracotanti che pesavano tanto in Comune da spingere il ministro dell'Interno Pisanu (anche lui di Forza Italia), a sciogliere il Consiglio comunale per infiltrazione di ‘ndrangheta.

Giovani, impegno e politica qui non è facile metterli insieme. Da poco la polizia ha dovuto sequestrare l'elenco degli iscritti di Fi per farsi una prima idea su mandanti, killer e soldati di ‘ndrangheta che, tra l'altro, hanno fatto arrivare fin dentro casa della onorevole D'Ippolito (naturalmente, Fi) un bel pacco la stessa sera che ne era stato inviato un altro in casa Torcasio, mafiosi potentissimi, che sarebbero dovuti saltare in aria.

Territorio di frontiera, quindi, dove la politica si mescola spesso al malaffare, dando vita a una miscela allergica: altro che Kant.

Eppure, a testimoniare che le cose non sono mai tutte dritte o per intero storte, proprio qui una trentina di ragazzi hanno voluto incontrare a cena Giovanni Berlinguer per discutere di politica italiana, di pace e guerra, della sinistra e delle sue rotture, dei new global e di scuola. Organizzatore-complice dell'incontro l'ex professore di tanti di loro, Giannetto Speranza, una vita fa collaboratore di Giovanni Berlinguer a Botteghe Oscure per alcuni mesi.

Tantissime le domande, ma l'impressione è che il quesito girato e rivoltato sia stato sempre lo stesso, quello fin da subito messo sul tavolo con piglio da Emilio: in un inferno come quello lametino, mentre impera un berlusconismo che premia e promuove il vuoto, con una sinistra che appare frantumata, vale la pena, a vent'anni, o giù di lì, scegliere l'impegno?

Berlinguer è stato accolto con un silenzio quasi timoroso. In fin dei conti, questo signore di quasi ottanta anni ha scritto centinaia di libri, ha fatto conferenze sulla scienza e la bioetica in mezzo mondo e il primo gennaio sarà in Brasile, invitato da Lula alla cerimonia dell'insediamento. Ma il ghiaccio si rompe subito. Le domande all'inizio "educate" diventano subito esigenti e per il leader del Correntone non ci sono sconti.

Berlinguer risponde a tutto. Talvolta in modo problematico. Li incanta riconoscendo candidamente: "Devo onestamente avvertirvi che ci sono argomenti su cui nutro dubbi e non ho risposte da darvi". Una discussione libera, niente ordine del giorno e niente rete.

Quando erano giovani i Berlinguer, tra fascismo e immediato dopoguerra, com'era la politica? Il professore ripercorre rapidamente quel tempo. Racconta del suo organizzare altri studenti. Dice di Enrico ("era molto colto, appassionato di filosofia, si iscrisse in legge ma non si laureò perché scelse la politica a tempo pieno. Mio padre gli rimproverò sempre di non essersi laureato, anche se Enrico nella sua vita ha fatto ugualmente qualcosa di utile"). Ricorda che il fratello finì quattro mesi in carcere per aver sostenuto una lotta per il pane. "Lo accusarono di reati terribili che prevedevano perfino la pena di morte". Li elenca e i ragazzi s'accorgono che sta più o meno rifacendo la lista dei reati scagliati dai magistrati di Cosenza contro i new global.

Il messaggio è implicito: esiste sempre lo spazio per la politica, non rinunciate mai a cercarlo.

L'attualità incombe. Ed è polemica fin dalla prima domanda: la sinistra ha perduto perché non ha un leader, dice Carmelo, e perché siete sempre lì a criticarvi.

Berlinguer è diretto: "Sul leader non sono d'accordo. Il guaio a sinistra è proprio quello di cercare un leader. E siccome non ce n'è uno che sovrasti gli altri, vengon fuori competizioni e paralisi". Quanto al resto, le critiche sono salutari, ma il problema è diverso. "Nel centrosinistra spesso non c'è la critica ma la rissa. La tendenza a far prevalere i propri interessi personali o di gruppo, e non è un bene".

Si parla della guerra. Berlinguer ricorda le divisioni nella sinistra e dentro i Ds. Ma cosa pensa lui della guerra in generale? "E' giustificata solo quando si viene aggrediti. Se aggredisci qualcuno per impedirgli la guerra preventiva, in realtà – come ha ricordato il Papa – l'aggressore sei tu". Ma Berlinguer non nasconde che questo schema rischia talvolta di essere povero, la realtà è più complicata: "L'Afghanistan è stato un errore, in parte un crimine. Ma sul Kosovo - aggiunge - ho avuto molti dubbi. Ancora oggi sono oscillante e non saprei dire se abbiamo fatto bene o male a intervenire".

Piace questa assenza di certezze granitiche. Lo provocano: la politica ristagna, non si può fare affidamento neanche sui partiti più vicini a noi. Berlinguer sta tra i Ds perché non c'è di meglio sulla piazza o per scelta convinta? Il professore spiega che i Ds sono un partito composito. "C'è una parte più radicale (di cui faccio parte) e una parte più moderata. Ma è necessario che si resti insieme". Si sofferma sul concetto, si capisce che questo restare insieme non lo considera occasionale, ma la normale condizione della sinistra. Con le altre sinistre politiche, si parla di Rifondazione, "è tuttora scarsa la reciproca disponibilità": la svolta dev'essere ripartire dai problemi, andare al merito. Ma è su Seattle, su Genova, Firenze e Cosenza la parte più corposa della discussione.

Berlinguer ha salutato Seattle come una svolta storica: le nuove fasi della politica sono sempre state annunciate dall'irrompere dei giovani. "Mi sono indignato – ricorda – quando i Ds non aderirono a Genova". Le domande si moltiplicano. Berlinguer ricorda gli orientamenti nuovi di tutti i Ds rispetto a Genova, e ai new global, frutto anche delle critiche e dell'incalzare del movimento dei movimenti. Aprile, il gruppo politico culturale fondato da una parte dei Ds e rivolto anche a chi Ds non è, ha per Berlinguer il compito di mettere in collegamento la sinistra tradizionale e questo mondo.

Ma con Fassino che propone Prodi per la leadership dell'Ulivo è d'accordo o no? Berlinguer ripete e precisa: "Sono disturbato da una discussione che torna sempre sul leader anziché sui problemi. Spesso - avverte - si tira fuori un nome per sbarrarne altri. Trovo stranissimo – aggiunge – che mentre si discute di primarie si tiri fuori un nome: ignorando quel che farà Prodi in Europa, quello che farà Cofferati e quel che potrebbero fare altri". Insomma, Berlinguer alle discussioni e alle proposte sui leader guarda con qualcosa di più e di peggio di un sospetto. Per dirla tutta, non è d'accordo.

La mafia è tema ricorrente. Dice Michele: "La sinistra non fa tutte le cose che dovrebbe. Conosco ragazzi di clan mafiosi che si drogano per essere emarginati dalle proprie famiglie e così poter entrare in comunità cattoliche dove ricominciano a respirare. Perché non vi siete mai impegnati a recuperare i giovani mafiosi? Perché avete smesso di credere che tutti gli uomini sono emancipabili?". Il discorso arriva a Kant ("era il filosofo preferito di Enrico"), si complica e si infittisce. Berlinguer riconosce che i preti, ma anche molti laici, sono più bravi sul recupero. Ma la lotta alla mafia non può avere sconti. Un punto sul quale l'intera tavolata trova l'accordo. Alla fine, dopo altre denunce durissime ("il 99 per cento delle nostre scuole è a rischio sismico. Siamo chiusi nelle trappole qui giocano col Ponte sullo Stretto"), la riunione conviviale (antipasto e maccheroni col ragù di salsiccia) termina: ogni ragazzo lascia sette euro accanto al proprio piatto per pagare il conto. Un Berlinguer felicissimo e in gran forma soffia al cronista: "E' stato bellissimo. Non avevo mai fatto una esperienza così. E non facevo da anni una discussione tanto interessante e così vera".