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Se il Sud paga per l’occupazione al Nord

Se il Sud paga per l’occupazione al Nord

divario-nord-sud     di ISAIA SALES* -

È un caso del tutto singolare quello di un Paese che finanzia con i fondi destinati ai suoi territori più in difficoltà la ripresa dell’occupazione nei territori economicamente meno svantaggiati.

Del caso del bonus occupazione, sostenuto con tre miliardi e mezzo derivanti da risorse esclusivamente destinate all’economia meridionale, il Mattino si è occupato ampiamente nel corso delle settimane scorse, fino all’articolo dell’altro ieri di Nando Santonastaso.

Buon senso avrebbe dovuto suggerire al governo di spulciare altri capitoli del bilancio pubblico per finanziarlo senza intaccare quel poco che è ancora nella disponibilità del Sud. Ma ciò non si è voluto fare. Così ci troviamo al paradosso di una ripresa dell’occupazione che tocca solo in parte i territori meridionali, ma che è finanziata interamente dai luoghi che meno ne beneficiano. Che Paese è l’Italia se succedono cose di questo tipo?

Ancora di più è singolare la motivazione con cui si è deciso di stornare quei tre miliardi e mezzo di euro: erano soldi che comunque il Sud non avrebbe speso. Eppure la vicenda dei ritardi nel completamento dell’Expo di Milano ha dimostrato che la mancata realizzazione nei tempi previsti delle opere pubbliche non è un problema solo meridionale. Ma se i ritardi si verificano al Nord, nessuno si permette di revocare le risorse non spese; al Sud le revocano con la scusa di non essere capaci di spenderli. Ed è questo comportamento che fa più rabbia: non solo si sottraggono soldi, ma si debbono offendere anche coloro a cui si tolgono.

Poteva essere seguita anche un’altra strada: limitare la possibilità del bonus occupazione solo ai territori che hanno un tasso di disoccupazione più alto della media nazionale. In questo modo, coincidendo essi quasi totalmente con il Sud, si sarebbe giustificato il perché dell’utilizzo di risorse già vincolate all’utilizzo nei territori meridionali.

Ma l’Unione Europea non gradisce queste misure differenziate per territori: secondo le sue regole la differenziazione tra le imprese di una stessa nazione è distorsiva della concorrenza. In sintesi, se tu fai una legge in base alla quale agevoli delle imprese solo di un territorio (anche se è un territorio bisognoso di aiuti) tu distorci il libero mercato perché permetti ad un’impresa di abbassare i suoi costi con aiuti pubblici e ad un’altra no. Ma, al contrario, se tu fai una norma di agevolazione per tutto il Paese, e ne beneficiano di più imprese collocate in territori che se la passano bene, questa decisione non distorce la concorrenza, anche se nei fatti sono stimolate ad utilizzarne i benefici imprese dove l’economia tira di più.

Insomma, dove ci sarebbe bisogno di maggiori agevolazioni per investire e creare occupazione, non lo si può fare: l’attuale regolamentazione degli incentivi in Europa sfavorisce le nazioni ad economia duale, com’è l’Italia. E contro questa assurdità, che cioè io governo italiano non posso agevolare di più le imprese dei territori meno favoriti, non c’è stata mai una seria battaglia in sede europea.

Eppure il meccanismo delle agevolazioni fiscali e occupazionali per le imprese è nato nel Sud, a partire dalle agevolazioni messe in piedi dalla Cassa del Mezzogiorno. Le imprese che nascevano nel Sud non pagavano tasse per dieci anni e c’era la fiscalizzazione totale degli oneri sociali per i lavoratori, cioè erano a carico della fiscalità generale gli oneri che l’imprenditore avrebbe dovuto pagare allo Stato per ogni operaio assunto. Negli anni i meccanismi di agevolazioni hanno seguito più o meno la stessa procedura.

Anche questo ultimo bonus, che consente per tre anni (e per un importo di 8000 euro l’anno) alle imprese di non pagare i contributi per i giovani che assume. E’ solo una diversa modalità dell’incentivazione, ma il principio è lo stesso. Dunque, fino al 1992, con una intensità diversa nel tempo, le forme di incentivazione erano quasi elusivamente riservate alle imprese meridionali e a quelle di altre parti d’Italia che vi si trasferivano o aprivano nuovi stabilimenti.

Poi l’Unione europea contestò all’Italia l’infrazione del principio di libera concorrenza. Tale procedura in genere impiega molti anni per ottenere dei risultati: Bruxelles notifica, la nazione interessata all’infrazione contesta, e si perde molto tempo, a volte decenni. Invece nel caso della fiscalizzazione degli oneri sociali alle imprese del Sud si fece presto. Al governo c’era la Lega e ministro del bilancio era Pagliarini, all’epoca uno dei leader leghisti più antimeridionali, (se è possibile fare una gara di questo tipo tra leghisti) e così la fiscalizzazione fu completamente tolta causando una forte crisi del sistema produttivo meridionale che si è protratta ininterrottamente per tutti gli anni novanta.

Servivano quelle forme di incentivi? Gli esperti in materia sono scettici sulla reale utilità di queste forme di agevolazione. Ma dal punto di vista teorico hanno una ratio quando si tratta di utilizzarli in territori a diverso sviluppo economico: gli incentivi servono a bilanciare i maggiori costi che le imprese nei territori svantaggiati sono costrette a sopportare (trasporti meno efficienti, energia meno diffusa, etc.).

L’impresa che opera nel Sud ha un costo ambientale più alto rispetto a quella collocata in un contesto economico, civile e sociale diverso. Insomma l’incentivo pubblico compensa il contesto poco favorevole di chi si trova ad operare nelle aree meridionali; insomma si monetizza lo svantaggio.

Ripeto, si possono avere idee diverse al riguardo: si può combattere lo svantaggio ambientale costruendo strade, dando acqua e energia e banda larga alle imprese, scuole di formazione più serie e migliori e università, cioè eliminare quegli svantaggi ambientali che prima erano compensati con le agevolazioni. Si può anche sostenere che le imprese non debbono avere nessuna agevolazione, sia al Nord che al Sud. Quello che però è inaccettabile che quando si decide di riattivare le agevolazioni, le si finanzia con le risorse dei territori che le utilizzeranno di meno.

* questo articolo di Isaia Sales (saggista, professore di Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d'Italia, ex parlamentare) è apparso sul Mattino e viene qui riproposto con l'autorizzazione dell'autore.