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I governatori del Sud tra nuove possibilità e antichi problemi

I governatori del Sud tra nuove possibilità e antichi problemi

alberto burri     di ISAIA SALES*

- E’ indubbio che il regionalismo meridionale dal punto di vista istituzionale si presenta oggi sotto la doppia leadership di Michele Emiliano e Vincenzo De Luca. Sapranno i due scalfire il disinteresse del governo nazionale e spostare le priorità del Paese verso le tematiche meridionalistiche?

Questa volta saranno affiancati da altri sei presidenti di regioni meridionali appartenenti al Pd. Cosa comporterà questa inedita circostanza politica? Il presidente del consiglio si troverà di fronte otto interlocutori del suo stesso partito: ciò gli agevolerà la strada nel tenere il loro eventuale dissenso dentro confini gestibili, oppure gli complicherà le cose aprendo il fronte sguarnito della contestazione verso la totale assenza di una politica governativa per il Sud?

Finora, stando ai primi passi dei nuovi eletti e alle situazioni politico-morali in cui versano le altre due grandi e strategiche regioni meridionali, la Sicilia e la Calabria, non c'è da essere molto fiduciosi. Certo il regionalismo ha mostrato e sta mostrando crepe in tutt'Italia, ma i «nostri» ci hanno messo del loro, così come ci ha messo del suo il Renzi segretario del Pd, che in questa veste (e per van motivi) non è riuscito nell'insieme a selezionare una classe dirigente in grado di contrastare l'immagine deteriorata del Sud.

Farà meglio nelle vesti di presidente del consiglio? In più di un anno di guida del governo non si sono viste novità sul fronte meridionale rispetto ai governi precedenti, i dossier sono fermi da mesi, anzi da più parti è stato segnalato addirittura qualche passo indietro.

Ma proviamo a dare fiducia alle nuove circostanze politico-istituzionali createsi, e vediamo se esse saranno sufficienti per un'inversione di rotta che il Sud aspetta da diversi anni. Il Mezzogiorno d'Italia e il suo futuro sono in questo momento nelle mani del Pd. Sono in buone mani?

C'è stato un altro periodo storico in cui il Sud ha avuto alla guida di due sue importanti regioni dei leader politici di grande prestigio e risonanza nazionale, cioè Antonio Bassolino in Campania e Nichi Vendola in Puglia. Eppure, al di là dei risultati ottenuti nelle singole regioni, non si è riscontrato un salto di qualità della questione meridionale nella percezione della politica nazionale. Certo, si potrà dire che allora erano solo due (e non otto, come adesso) e che hanno avuto come interlocutore quasi sempre Berlusconi, ma queste considerazioni sono valide se si dovesse dare per sicuro che un governo nazionale a guida Pd sia più disponibile verso il Sud di governi di centro-destra. E questo assioma (il centrosinistra più meridionalista del centrodestra) non è più da tempo così scontato.

Partiamo dai rapporti politici di Renzi con i presidenti delle regioni più grandi. Rosario Crocetta ha in questo momento ben altri problemi che quello di delineare con gli altri presidenti una piattaforma meridionalistica. Prima che scoppiasse il caso Borsellino, le relazioni tra i renziani siciliani e il presidente della regione non erano affatto buoni. E cosa del tutto singolare, a guidare l'opposizione al presidente Pd della Sicilia sono stati in questi mesi esponenti del gruppo Pd nell'assemblea regionale a Palermo e il sottosegretario Davide Faraone a Roma. E non perché contestassero Crocetta per gli stessi motivi per cui Lucia Borsellino ha lasciato l'assessorato alla sanità.

Non può dedicarsi a delineare una piattaforma meridionalistica il presidente della Calabria alle prese con i guai giudiziari che hanno riguardato due suoi assessori. Avrebbe fatto meglio Mario Oliverio a tenersi in giunta l'ex ministro Maria Carmela Lanetta al posto di promuovere il già chiacchierato Antonino De Gaetano (ora agli arresti domiciliari), la cui scelta aveva costretto la Lanzetta a rifiutare la nomina ad assessore. In Calabria più di questione meridionale il Pd ha da occuparsi seriamente di questioni morali.

In Puglia Michele Emiliano ha vinto bene ed è oggi uno dei pochi leader meridionali con una visibilità nazionale. Come spenderà questo suo credito? Intanto, poteva risparmiarsi la scelta della sua compagna di vita come addetto stampa. Ma tant'è. Alcuni magistrati in politica sembrano applicare un'indulgenza per loro stessi che nella professione precedente non hanno mai applicato per gli altri. I suoi primi passi sembrano indicare una scelta politica non in linea con quella di Renzi, a partire dal dialogo con i rappresentanti del movimento cinque stelle. Al di là di come si svilupperà questa linea (per ora il diniego dei cinque stelle l'ha depotenziata) è ovvio che Emiliano cerca di ritagliarsi un ruolo politico nazionale, ruolo che non sembra passare per ora dal porre al governo stringenti impegni per il Mezzogiorno. Il che non vuol dire che a breve non possa essere questo il tema su cui ricercare una visibilità che lo distingua da Renzi e dai suoi. Infine c'è De Luca, che sicuramente non è felice di come Renzi si è comportato nei suoi confronti nel corso di questi mesi, in ultimo con la decisione di non modificare la legge Severino. Insomma dal Sud sembra salire più un risentimento personale e politico o una diffidenza verso Renzi che una ragionata e fattibile piattaforma programmatica in grado di utilizzare in positivo la comune appartenenza al Pd dei vertici regionali e della guida del governo.

Per far contare di nuovo il Sud nella politica economica nazionale, dunque, non sarà sufficiente l'appartenenza politica, perciò è più utile per tutti cominciare a parlare di strategie. Gli otto presidenti potrebbero sfidare Renzi presentando un'unica piattaforma programmatica, valida per tutto il territorio meridionale, da discutere con il governo, a partire dalla richiesta di avere di nuovo un ministro per il Mezzogiorno con cui interloquire.

Sapranno i presidenti affrontare le tante questioni morali che attraversano in questo momento le regioni del Sud? Sapranno mettere da parte i rancori, i contrasti e le loro ambizioni politiche per inaugurare un macroregionalismo strategico? E solo su questo punto che essi potranno dimostrare che la loro elezione rappresenta un passo avanti, al di là dell'appartenenza partitica.

*docente universitario, già sottosegretario di Stato.