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L’ANALISI. Il Cdx calabrese tra incapacità flop e risse

L’ANALISI. Il Cdx calabrese tra incapacità flop e risse
 

la crisi del cdx    di RICCARDO TRIPEPI

- E’ di nuovo fermo al palo il centrodestra calabrese. Dopo i sussulti, quasi insperati, avuti alle ultime elezioni amministrative, Forza Italia e soci sono di nuovo scomparsi dalle scene. O meglio: non ne hanno indovinata una, nonostante Mario Oliverio e la sua maggioranza abbiano attraversato uno dei periodi più difficili dall’inizio della legislatura.

   

Eppure i gruppi di opposizione non sono riusciti ad approfittare della situazione, né a sfruttare l’onda lunga dei successi ottenuti a Vibo, Gioia Tauro e Lamezia Terme. I gruppi consiliari alla spasmodica ricerca della spallata ad Oliverio, hanno finito con il darla a loro stessi.

   

Il referendum sulla legge di riforma dello Statuto regionale, ad esempio, si è trasformato in un autentico flop. Eppure bastavano appena otto firme di consiglieri regionali per avviare la consultazione popolare e impantanare Oliverio che non avrebbe potuto dar vita alla giunta, quantomeno nei modi e nei tempi in cui lo ha fatto. Le otto firme, per di più, sono state nelle mani della coordinatrice regionale degli azzurri per qualche tempo. Prima che le divisioni interne e qualche inciucetto con il centrosinistra ne facessero evaporare due: quelle di Ennio Morrone (Forza Italia) e di Giuseppe Graziano (Casa delle libertà).

   

Questioni interne relative alla primogenitura dell’iniziativa, incomprensibili all’esterno, e rancori mai sopiti tra i forzisti della prima ora e l’anima ex An del partito, hanno fatto il resto. Il risultato finale è stato che, alla vigilia della scadenza del termine per la presentazione della richiesta di referendum, il centrodestra ha dovuto prendere atto di non avere i numeri per affondare il colpo. Ed allora si capisce perfettamente che sarebbe stato assai meglio per tutti non averla neanche progettata un’iniziativa che, peraltro, sarebbe costata parecchi milioni di euro alle casse regionali.

   

Incassato il primo flop, il centrodestra ha riprovato l’assalto alla diligenza in occasione delle dimissioni del presidente uscente Antonio Scalzo. Per tentare di mettere in difficoltà il centrosinistra, Forza Italia e soci hanno chiesto che le dimissioni non fossero soltanto ratificate dall’Aula, ma che su di esse venisse aperto un dibattito. Così è stato, ma gli strali di Forza Italia, Gruppo misto e Casa delle libertà hanno avuto solo l’effetto di prolungare, forse troppo, il dibattito. Nessun risultato concreto ottenuto, neanche quello di riuscire a spaccare lo schieramento avversario che, invece, ha tenuto botta e ha votato in maniera compatta per Nicola Irto, avvalendosi anche del supporto del Nuovo centrodestra di Gentile. Gli alfaniani, così, hanno avuto il modo di piazzare un altro schiaffo agli ex alleati, riducendoli ad un ruolo marginale in Consiglio dove arrivano a contare appena otto unità, neanche unite fra di loro.

   

Le divisioni tra i forzisti e il Gruppo misto di Orsomarso e Tallini sono note da tempo. Tanto che gli ultimi due scrutano l’orizzonte per riposizionarsi. Ma anche nella Casa delle libertà pare essersi aperta qualche crepa, con la posizione di Giuseppe Graziano che pare sempre più distante dal resto del gruppo.

   

Sembra evidente, insomma, che continua a pagarsi l’assenza di una leadership autorevole e di una strategia politica ragionata in grado di ricostruire una coalizione ancora in cerca d’autore. Né aiuta, in tal senso, la caotica situazione nazionale. Anche a Roma aumentano le divisioni (l’ultima quella provocata da Verdini) ed è sempre più lontana la creazione di una nuova casa dei moderati che Berlusconi continua a sognare, ma che pare destinata ad essere abbattuta dalle ruspe di Salvini.