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L’ANALISI. Bilardi, Azzolini e il fumus Calabriae

L’ANALISI. Bilardi, Azzolini e il fumus Calabriae

giovanni-bilardi   di MASSIMO ACQUARO -

Se non fosse che il prossimo a passare sotto le forche caudine del Senato sarò Giovanni Bilardi (NCD), un articolo come questo, su un giornale calabrese, avrebbe poco senso. A chi importa in Calabria del voto con cui il Senato ha negato l’autorizzazione all’arresto di Antonio Azzolini? A procedere erano giudici pugliesi, la questione ha un rilievo nazionale importante, ma la Calabria che c’entra?

Eppure, eppure a renderla interessante è stato il commento di Renzi. Il premier, ai giornalisti che gli chiedevano una valutazione sul voto con cui i senatori del suo partito hanno evitato le manette al collega alfaniano, ha detto: «i senatori non sono i passacarte delle Procure». Giù una valanga di commenti e di polemiche. L’unico dritto che ha fiutato l’aria che tira è stato proprio il presidente dell’Associazione dei magistrati che, scaldando l’acqua, ha detto che senatori e magistrati compiono valutazioni diverse e, quindi, non v’è alcun contrasto.

Il calabrese Francesco Verdirame sul Corriere della sera ha detto, invece, chiaro e tondo come stanno le cose: Renzi ha inteso scaricare una volta per tutte la magistratura italiana dal carro della sinistra italiana in cui era salita (o è il contrario?) almeno tre decenni or sono.

Su questo giornale, caro Direttore, lo si è scritto altre volte: il giovane premier ritiene che l’assetto della magistratura nel paese sia non più tollerabile; che la sconfinata autonomia delle toghe si sia trasformata in un pericolosa autarchia in cui alcune procure (con il consenso però di molte altre) si pongono l’obiettivo di condizionare le scelte politiche ed istituzionali della nazione. Il caso Ilva, il caso Fincantieri, la candidatura di De Luca in Campania, la riduzione delle ferie delle toghe, la legge sulla responsabilità civile, l’abbraccio a Cantone e quello tentato a Gratteri (magistrati di fama, ma invisi alla corporazione), una legge sulla carcerazione preventiva (maggio 2015) che ha praticato bloccato il manettificio sono tutti segnali della precisa intenzione del premier e della sua maggioranza di dare una spallata ad un sistema giudiziario i cui riti e i cui meccanismi organizzativi ritiene, a torto o a ragione, intollerabili in una società moderna.

Se le cose del mondo vanno come devono andare il destino di Bilardi, il solito sfigato calabrese, è già segnato. Questa volta il pendolo andrà in senso opposto e non dovrebbero bastare le parole del collega D’Ascola - appassionatamente spesosi per Azzolini - a salvarlo (ammesso che questa volta, l’illustre penalista, non resti di nuovo bloccato nel traffico, come è successo qualche giorno fa, saltando la seduta di voto).

Per Azzolini si parlava di suore e sanità privata (temi complicati), per Bilardi di rimborsi consiliari (roba da ghigliottina di questi tempi): in caso di salvataggio il M5S farebbe fuoco e fiamme.

Una conclusione: la partita tra la politica renziana (un mix sinistra-destra mai visto prima) e la magistratura è iniziata in piena regola. L’estate, si sa, si giocano le partite amichevoli, quelle che interessano le tifoserie che vogliono capire se la propria squadra vincerà il campionato o farà bella figura. Renzi ha fischiato il calcio di inizio e con parole durissime ha fatto capire che la musica sta cambiando. Quanto alla Calabria gli arresti domiciliari a Bilardi (se autorizzati) saranno una vittoria per le toghe reggine, ma a decidere se fare goal o meno non saranno le carte o la bravura o le prove consegnate al Senato, ma solo la convenienza politica che non comprende le cose di casa nostra. Fumus Calabriae.