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L’ANALISI. Unificare Nord e Sud è strategia politica non utopia

L’ANALISI. Unificare Nord e Sud è strategia politica non utopia

kandinsky   di ISAIA SALES -

Cos'è la questione meridionale? E’ l'insieme delle circostanze che hanno determinato un divario economico e sociale tra Sud e Centro-Nord.

Un divario che rappresenta il tratto più resistente, più tenace, più inattaccabile della nostra storia nazionale. E, forse, il suo più grande insuccesso.

Un divario esistente già prima dell'Unità d'Italia o formatosi dopo? Una questione, questa, molto dibattuta e che ultimamente ha visto contrapposti studiosi come Malanima e Daniele a Emanuele Felice. Secondo i primi al momento dell'Unità le distanze tra Nord e Sud non erano così rilevanti. Per esempio, erano più nette le distanze tra il Piemonte e il Veneto che quelle tra Campania ed Emilia. Essi al 1891 calcolano una differenza del prodotto pro capite tra il 5 e il 10%. Al Nord sicuramente c'era maggiore alfabetizzazione, una presenza notevole della manifattura della seta e un miglior sistema ferroviario e viario. È con l'avvio della industrializzazione a fine Ottocento che il divario diventa un dato strutturale e permanente dell'economia italiana. Emanuele Felice ritiene, invece, che il divario fosse già molto consistente a quell'epoca, attorno al 19, espressione di una diversità strutturale con cui i due territori si erano accinti all'Unità. Ma ammesso che la distanza tra le due aree si fosse già determinata in maniera significativa prima dell'Unità e che si aggirasse attorno ai 20 punti percentuali, come mai oggi a 154 anni da allora la differenza è di ben 41 punti? In ogni caso, se pure all'avvio della nazione c'era una distanza, le scelte politiche ed economiche successive le hanno enormemente accentuate trasformando ciò che era una differenza in divario incolmabile. È l'industrializzazione che cambia radicalmente il paesaggio, l'economia, la società, il grado di ricchezza e di civiltà tra le due parti.

Il periodo che passa alla storia come la modernizzazione giolittiana accentua questa scelta politica e strategica, mentre durante il fascismo, con la suicida politica autarchica, l'agricoltura meridionale di esportazione riceverà un colpo durissimo. È solo nel secondo dopoguerra che si deciderà di mettere mano a questa differente struttura produttiva tra Nord e Sud, ormai consolidatasi.

Il Mezzogiorno crescerà tra il 1950 e il 1975 a ritmi mai conosciuti in tutta la storia precedente, e addirittura superiori a quelli del Centro-Nord. Sono gli anni del boom economico che porterà l'Italia nel novero delle nazioni più industrializzate e a maggior reddito d'Europa. D'altra parte, non è mai avvenuto che il Sud crescesse in una situazione di depressione dell'economia italiana, o in controtendenza rispetto al Centro-Nord. L'economia settentrionale, a sua volta, non è mai cresciuta oltre una certa soglia se non progrediva anche il Sud, anzi la sua massima espansione l'ha avuta proprio quando il Pil del Sud cresceva a tassi elevati.

Ci sono, quindi, delle evidenti interconnessioni (pur all'interno di una economia duale) tra le due parti del Paese: nessuna delle due si espande senza l'altra, o meglio se cresce una e le distanze con l'altra aumentano ciò determina un indebolimento complessivo della competitività della nazione.

Sta difatti che il lento declino dell'economia italiana coincide temporalmente con l'arresto della crescita del Sud all'inizio degli anni ottanta. Oggi il Fondo monetario prevede che l'Italia recuperi i tassi di occupazione pre-crisi tra 20 anni; a sua volta Confindustria scrive che il Sud per tornare ai livelli di reddito del 2007 dovrà aspettare il 2025. È facile ipotizzare che se il Sud recuperasse i livelli di reddito prima di quella data anche i tassi di occupazione italiana verrebbero ampiamente recuperati molto prima dei 20 anni.

Nell'economia globalizzata si ritiene che siano solo le esportazioni a fare grande una nazione. Ma nessun sistema economico nazionale si rafforza stabilmente se non attiva i bacini inesplorati di crescita al suo interno. Lo stanno dimostrato la Cina, l'India, il Brasile, e soprattutto la Germania. Fino al 1949, cioè all'atto formale della divisione in due entità statali distinte, i Lander orientali erano la parte più sviluppata della Germania intera, facevano parte della "grande Prussia", una delle realtà industriali più avanzate in Europa. Sono state le vicende politiche successive a ribaltare la situazione, non l'indole o il carattere dei tedeschi orientali. Anche in Germania quelli dell'Ovest accusavano quelli dell'Est di essere "assistenzialisti", di "aspettarsi tutto dallo Stato", di essere "nostalgici e lamentosi", di avere una mentalità diversa dalla loro. Molti sociologi sostenevano nel 1989 che il cinquantennio comunista aveva fornito ai loro confratelli una nuova identità politico-culturale, cioè aveva cambiato radicalmente la loro mentalità; e, dunque, bisognava prima aggredire questa mentalità e poi passare agli investimenti economici.

Meno male che non hanno avuto ascolto. Oggi che il divario si è ridotto enormemente e le due aree crescono quasi allo stesso tasso, si riscopre l'antico passato e si attribuisce il successo al "carattere prussiano" dei tedeschi dell'Est non scalfito da cinquant'anni di dominio comunista.

Il ritardo economico non appartiene alla razza, all'indole, al carattere, al clima; non è uno stigma morale.

Avvicinare, dunque, due territori diversamente sviluppati (in un lasso di tempo ragionevole) è un obiettivo assolutamente alla portata di qualsiasi nazione ben motivata, è una strategia che appartiene alla politica e non all'utopia. I popoli non sono immobili, né tantomeno i territori.

Il pregiudizio antimeridionale è stato ed è un gravissimo danno per l'economia italiana. Perché si fa così fatica a comprendere una cosa elementare, di una evidenza macroscopica? In un Paese in declino, com'è oggi il nostro, una crescita è possibile soprattutto laddove i livelli di partenza sono più bassi, laddove il mercato è meno saturo, laddove l'ambiente è meno compromesso, laddove gli spazi sono meno intasati, laddove il patrimonio storico ambientale è meno sfruttato, laddove le classi giovanili sono più numerose e più scolarizzate.

Se l'Italia vuole tornare ad essere un paese-guida nel mondo globalizzato deve convincersi che ciò che considera oggi una zavorra può essere domani la sua principale opportunità economica, il suo giacimento inesplorato