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Quei braccianti uccisi dallo sfruttamento che raccontano il SUD com’è

Quei braccianti uccisi dallo sfruttamento che raccontano il SUD com’è

braccianti   di VITTORIO DANIELE -

Non sono solo le pagine economiche, le statistiche, che bisogna leggere se si vuole comprendere quale sia, oggi, la condizione del Sud. Sono anche le pagine di cronaca. Sono le storie dei braccianti stroncati, nei giorni scorsi dal caldo d’agosto in Puglia, durante la raccolta dei pomodori o della frutta nei campi, a rivelarci, con i loro drammi personali, con quelli sociali che sottendono, la situazione del Sud.

Raccontano, quelle storie, di lavoro sottopagato e sfruttamento, dell’indigenza che spinge a ore di massacrante fatica – per 30 euro al giorno o anche meno – nelle campagne. Sono migliaia: tunisini, sudanesi, marocchini, ma anche italiani i braccianti del Sud. Come Mohammed, 47 anni, sudanese, colto da un malore mentre raccoglieva pomodori nelle campagne di Nardò; o come Paola, morta a 49 anni dopo 15 di duro lavoro, sotto un tendone per l’acinellatura dell’uva.

“Si alzava alle 2 di notte a San Giorgio Jonico in provincia di Taranto, arrivava sui campi di Andria alle 5, rientrando nel primo pomeriggio a casa, dopo circa cinque ore di viaggio fra andata e ritorno”. Così dichiara Giuseppe Deleonardis, sindacalista della Flai Cgil Puglia, in un comunicato stampa. Morta, denuncia il sindacalista, nel silenzio, come quello dei campi in cui è caduta. Se non fosse stato per le denunce del sindacato, e per il fatto che, prima di lei, altri lavoratori avevano perso la vita, la sua morte sarebbe passata inosservata.

Sono decine di migliaia i braccianti, uomini e donne, nei campi del Sud. Per qualche euro all’ora o a cassetta, raccolgono pomodori, uva, arance che noi compriamo a prezzi molto più alti nei mercati. Fanno notizia i casi dei falsi braccianti scoperti e denunciati dalle forze dell’ordine. Non fanno notizia i braccianti che faticano nei campi del Sud.

Con le loro vite e le loro morti – Mohammed, Paola e altri di cui non sappiamo i nomi – ci dicono di caporalato, di sfruttamento, di paghe da fame. Ci dicono di povertà che costringe a spaccarsi la schiena, in turni di lavoro massacranti, spesso per paghe da fame. Testimoniano, le vite dei tanti braccianti sfruttati, anche di un Sud in cui lo Stato è carente o, talvolta, assente; a cui sfuggono, come fossero invisibili, le donne e gli uomini curvi sui campi. Sono braccia che riempiono cassette, primo e fondamentale tassello di un sistema produttivo che comprime i prezzi alla raccolta e, nello stesso tempo, assicura ampi margini nella successiva filiera della produzione.

Un sistema che tende a comprimere salari e diritti del primo e più fragile anello della catena produttiva. Perché il proprietario del terreno esige la rendita, l’affittuario richiede il suo profitto e al mercato non si può rinunciare ai guadagni. Si schiacciano, così, i salari dei braccianti, il cui livello tende verso quello minimo, il più basso: il salario accettato da chi ha più fame. Come nelle pagine di Steinbeck: «Vuoi lavorare? E tu dici: ‘Certo, signore. Mi fa felice se mi fa lavorare’. … Magari gli servono duecento uomini, perciò lo dice a cinquecento, e loro lo dicono ad altra gente, e quando tu arrivi nel posto che t’ha detto ce ne trovi mille… Ora capisci? Più uomini riesce a mettere insieme, e più sono affamati, e meno li paga. E quando può piglia gente coi figli piccoli, perché così …».