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MEZZOGIORNO. Ma Nord e Sud crescono o arretrano insieme

MEZZOGIORNO. Ma Nord e Sud crescono o arretrano insieme

ernesto treccani   di VITTORIO DANIELE* e CARMELO PETRAGLIA* -

In un suo recente editoriale (Sole24, 8 agosto), Luca Ricolfi ha ravvisato alcuni tratti comuni tra il Mezzogiorno e la Grecia. Tratti che, più che le dinamiche economiche recenti, riguarderebbero aspetti socioeconomici e culturali. Tra i primi, il clientelismo, la corruzione e l’incapacità di modernizzare il funzionamento dei mercati, della burocrazia e della giustizia. Tra i tratti culturali, un atteggiamento vittimista, la tendenza a imputare ad altri colpe e responsabilità. Se al Sud “le cose vanno male, la colpa è sempre di qualcun altro, preferibilmente qualcuno che sta altrove e non ci ama”. Una sindrome da “attribuzione esterna” che riguarderebbe le classi dirigenti meridionali, ma anche “innumerevoli studiosi, artisti, cantanti, giornalisti e scrittori” che amplificherebbero le doglianze dei cittadini meridionali, a loro volta colpevoli di “eccessiva tolleranza, assuefazione, e talora perfino connivenza” nei confronti delle classi dirigenti.

Sono, queste, argomentazioni non nuove. Ricolfi le ha riproposte nei giorni della (quasi) unanime condanna del “piagnisteo” con cui i meridionali avrebbero accolto i desolanti dati delle anticipazioni del Rapporto Svimez 2015. Solo pochi giorni prima, anche il premier Renzi aveva risposto alla lettera di Saviano usando analoghi argomenti. E Ricolfi, infatti, plaude al primo Presidente del Consiglio che, senza ipocrisia, ha fatto riferimento alle responsabilità della società meridionale nel determinare il proprio destino.

Per la verità, Renzi, nel suo discorso alla direzione del Pd del 7 agosto, ha anche accusato la politica di aver inseguito per anni la Lega Nord sul terreno della “questione settentrionale”, mentre quella meridionale veniva rimossa. Per anni, si è ripetuto che il Paese non cresceva perché la locomotiva del Nord era frenata dalla zavorra del Sud. È stata accreditata – anche da editorialisti certamente non accusabili di meridionalismo questuante – la tesi per cui i problemi di crescita del Nord erano causati da fattori esterni: i trasferimenti pubblici a favore del Sud, la corruzione e le inefficienze di Roma, gli sprechi delle amministrazioni meridionali.

Ciò finché non è diventato più conveniente, per quelle stesse forze politiche che sostenevano quelle tesi, individuare il “nemico esterno” nell’Unione Europea e nella moneta unica. Finché le indagini sul malaffare della politica e degli affari non hanno attraversato i confini – assai incerti – della Padania, quell’interpretazione dei rapporti tra Nord e Sud ha, per anni, dettato l’agenda delle politiche, spingendo praticamente tutti i partiti verso un progetto federalista poi miseramente fallito.

La tesi della locomotiva e della zavorra non è più sostenibile. I dati ricordati da Ricolfi mostrano come la crisi abbia colpito sia il Nord che il Sud, seppur con diversa intensità. Dati che evidenziano un aspetto ovvio, ma troppo spesso dimenticato: Mezzogiorno e Centro-Nord sono economicamente interdipendenti e, di conseguenza, tendono a crescere (e ad arretrare) insieme. Si pensa, invece, che gli andamenti economici del Sud e del Nord dipendano da variabili specifiche, interne alle due aree.

Ovviamente, non è così. Lo dimostra anche il fatto che, tra il 2000 e il 2007, il Sud è cresciuto a tassi maggiori del Nord, nonostante i suoi tratti strutturali e “culturali” fossero gli stessi di oggi. Quella fase di crescita, come altre del passato, era dovuta, dunque, a fattori diversi, dipendeva da dinamiche economiche più ampie.

Nell’ultimo quindicennio, il Paese, nel suo complesso, ha perso terreno. Più di altri, ha subito l’impatto dell’integrazione europea e della globalizzazione. Alle imprese del Nord sono venute a mancare le protezioni del passato: il mercato interno meridionale e le svalutazioni competitive. Anche la carenza d’investimenti in ricerca e sviluppo ha contribuito. Il Sud ha subito pesanti contraccolpi: per colpe proprie (chi lo nega!), ma anche a causa di vincoli esterni difficilmente rimovibili senza appropriate politiche nazionali.

Invece di riconoscere la reciproca dipendenza tra Nord e Sud, si è affermata, negli anni del declino italiano, l’idea che i flussi di spesa pubblica a favore delle regioni meridionali fossero gli unici trasferimenti di risorse. Si è, così, offerta una visione distorta e superficiale. I flussi vanno in entrambe le direzioni: il Mezzogiorno è un primario mercato di sbocco dell’industria settentrionale; esistono consolidati rapporti tra imprese delle due aree; il risparmio meridionale è, da decenni, largamente impiegato per finanziare investimenti meno rischiosi e più redditizi nel Centro-Nord; l’emigrazione di giovani meridionali con elevata qualificazione accresce il capitale umano delle regioni settentrionali.

La tendenza ad attribuire all’esterno responsabilità e insuccessi non riguarda una parte sola del Paese: è un vizio nazionale. Così come sono, purtroppo, comuni i mali elencati da Ricolfi: la “spettacolare evasione fiscale”, il clientelismo, la corruzione, il ritardo di modernizzazione, il basso livello d’istruzione, la tendenza a privilegiare la spesa pubblica corrente a discapito degli investimenti. Con ciò non si vogliono affatto negare le responsabilità della società e delle classi dirigenti meridionali. Ma il problema della bassa crescita riguarda l’Italia nel suo complesso e, perciò, richiede incisive politiche economiche nazionali. Ciò che si dovrebbe, a nostro avviso, evitare è una lettura eccessivamente semplificatrice della realtà, magari basata su una parziale contabilità del dare e dell’avere tra territori.

*Vittorio Daniele, Università Magna Graecia di Catanzaro

*Carmelo Petraglia, Università della Basilicata