Direttore: Aldo Varano    

APPUNTI. Per una discussione sul Pd della Calabria

APPUNTI. Per una discussione sul Pd della Calabria

pd    di ALDO VARANO –

UNO. Nel Pd calabrese ogni giorno c’è una pena. C’è chi vorrebbe far saltare la giunta-tecnica-insulto-alla-politica (per creare nuovi spazi di potere). Le Commissioni del Consiglio sono senza presidente perché non c’è accordo. Le riunioni invece degli organismi eletti dai congressi (direttivi, direzione, ecc) sono sostituite dai titolari di blocchi di potere: segretari di federazione, consiglieri regionali, deputati, senatori. Un insieme (non previsto dallo statuto Pd) che con realismo mette insieme chi conta perché la paralisi non sia totale. Tecnicamente: un caminetto di autorevoli notabili.

Domanda: discussione, confronto, divisioni nel Pd calabrese passano ancora tra l’area renziana e i bersaniani? Meglio: esistono veramente in Calabria renziani e bersaniani? Cioè quelli che hanno scelto di lottare per i progetti nazionali di Renzi e Bersani, che sono diversi? L’impressione è che, sigle a parte, lo scontro anziché sul merito di problemi e strategie sia sulla conquista o il mantenimento di pezzi di potere (che si sono radicalmente ristretti) e prescinda dai contenuti ideali, politici e progettuali renziani e/o bersaniani.

DUE. Certo, dipende molto dal fatto che la minoranza Pd è implosa sprecando un antico prestigio anche con le sciagurate scelte del Senato (anziché rilanciare chiedendone la soppressione). Ma è soprattutto lo scenario europeo a suggerire l’ipotesi che la minoranza dem non ha e non avrà più una storia diversa dalle altre minoranze della sinistra radicale del vecchio continente e vale oggi elettoralmente più o meno quanto Vaurofakis in Grecia (intanto Vendola e Civati si accusano di tradimento anticipando un futuro di frammenti inutili che si combattono).

Però è un altro il punto decisivo, più specificamente italiano, che accelera un processo nuovo (e inedito): il Cdx italiano, consumato dal berlusconismo, è dentro una crisi che, diversamente dal resto d’Europa, appare priva di sbocchi per un periodo storicamente importante. E’ questa crisi del Cdx ad aver rotto l’equilibrio del Pd che abbiamo conosciuto negli anni scorsi (da una parte, la tradizione Pci; dall’altra, quella Dc; in chiave più movimentista, i laico-socialisti). I Pd di Bersani e Renzi non sono riusciti a ricomporre quelle aree in una nuova rifondazione e l’antico modello del Pd ulivista è stato messo in crisi dalla separazione dell’area moderata italiana dal Cdx. Dissoltasi la cuccia berlusconiana dove s’era incardinato, il moderatismo s’è disperso tra populismo (Salvini e Grillo), astensione e rifugio nel partito di Renzi. Il Pd da contenitore delle aree politico-culturali del secondo Novecento che cercava alleanze al centro, è diventato un partito che invece una parte del Centro la contiene al proprio interno (vedi i fallimenti delle recenti ipotesi centriste e la radicalizzazione a destra del vecchio Cdx orfano dei moderati).

TRE. La Calabria appare in ritardo rispetto a questo processo. Il Pd è ancora il contenitore degli eredi Dc e Pci (compresa la loro perenne frattura mai risolta) con quel che resta dei laico-socialisti, mentre importanti blocchi del moderatismo (trasformismi a parte) vagano incerti e incapaci di decidere e/o costruire uno sbocco politico.

Ritorno al problema delle criticità che attraversano il Pd calabrese di oggi. Sono originate dallo scontro che riecheggia le pulsioni politiche, culturali e ideali degli ultimi quattro decenni del secolo scorso o quelle antiche opzioni (un tempo assai nobili) sono paraventi e casematte per difendere logiche di gruppo, sopravvivenza e posizioni di un ceto politico (e di blocchi sociali)? Osservando la Calabria si capisce che malumori e maldipancia non discendono dalle preoccupazioni determinate (ahinoi, pare in solitudine) dalle scelte di Oliverio e della sua giunta, né dal timore che non si stiano innescando processi di rinnovamento, sviluppo, risanamento. La politica di Oliverio e della Giunta, comunque la si giudichi, non entra mai nello scontro che si consuma ormai ogni giorno ad ogni occasione nel Pd. E’ la conservazione degli equilibri di potere e/o la conquista di nuovo spazio il cuore delle preoccupazioni (esattamente come nello spappolato Cdx calabrese).

Da qui un indebolimento grave e rischi di subalternità per la Calabria che, a Roma, appare come una nube di sabbia velenosa in cui ogni granello è contro tutti gli altri ma pronto a spostarsi e/o a ricollocarsi nella nube. Ed a Roma, dove i processi sono ancora in parte gassosi, ne approfittano con campagne acquisti di spezzoni di notabilato calabrese.

QUATTRO. Di chi sono le responsabilità? Intanto di chi contribuisce a mantenere una divisione fittizia di gruppi e componenti creando il terreno ideale per trasformismi, spostamenti, sottili ricatti politici. Se si riuscisse a imporre un dibattito diffuso sui problemi della Calabria le attuali divisioni crollerebbero e probabilmente ne emergerebbero altre che nulla hanno da spartire con la maggioranza o la minoranza del Pd nazionale. Non sarebbe facile per Oliverio spiegare (non in rapporto al suo passato ma rispetto a quello che concretamente fa oggi) perché è bersaniano e non renziano, né a moltissimi renziani perché stanno con Renzi, né a Guccione sul perché si avvicina alla maggioranza.

CINQUE. La vera debolezza della Calabria è in un partito di maggioranza che pare preoccupato a dire in modo netto e chiaro quel che vuol fare. In gran parte dipende dal fatto che Oliverio, nonostante sia un ex comunista, tenga separati governo e partito in violazione della tradizione comunista di cui invece si è impadronito Renzi ex democristiano che tiene insieme (perfino formalmente) le due cose. Ma appena Oliverio diventasse renziano, ufficialmente oltre che di fatto, oppure anche il dominus del Pd calabrese (certo: per conto di un gruppo interessato organicamente a un progetto di rinnovamento e modernizzazione) sparirebbe il terreno delle manovre e il Pd sarebbe costretto a occuparsi in modo diverso dei problemi della Calabria.