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L'ANALISI. Il Porto di Gioia, il sindaco Pedà, lo scontro con Reggio

L'ANALISI. Il Porto di Gioia, il sindaco Pedà, lo scontro con Reggio

il porto   di ALDO VARANO -

l sindaco di Gioia Tauro, dottor Giuseppe Pedà, annuncia uno scontro sul Porto contro Reggio e la Città Metropolitana. Lo fa perché rispetto al Porto (o alla città metropolitana?) non vuole essere “comprimario”. Annuncia: “Vogliamo la leadership per quello che rappresentiamo”. E argomenta: “Abbiamo più birra in corpo rispetto a Reggio”.

Pedà pone un problema reale su cui c’è molta confusione. E sembra di proposito ignorare che in partita se un giocatore della squadra sbaglia si lavora al recupero, non all’autogol o alla retrocessione. E le squadre in campo sono: la Calabria da una parte; la pretesa siciliana dall’altra. Non Reggio, Villa e/o contro Gioia Tauro.

Pedà, bisogna dargliene atto, gioca pulito e dice la cosa che non gli va: “Ci sono due voci contro la proposta di una autority calabrese: non so chi vincerà la partita ma in ogni caso la Governance spetta a Gioia”. Le due voci, a quanto si capisce, sono quelle dei sindaci di Villa e di Reggio che hanno firmato, forse con frettolosa sottovalutazione, un documento per chiedere che Messina, Reggio e Villa facciano parte della stessa autority. In questo caso l’autority che pensa calabrese non ci sarebbe più. Verrebbe spazzata la proposta fin qui fatta dal Governo che centrando su Gioia guarda anche a Reggio, Villa, Palmi, Vibo, Corigliano e Crotone.

Qual è il punto? Pedà ritiene che Messina non debba far parte dell’autority della Calabria? Se è così ha ragione. Tutte le autority dell’Italia meridionale fanno centro su un’unica Regione, tranne la Sicilia che di autority ne avrà addirittura due: l’Occidentale e l’Orientale. Nessuna regione è stata spezzata per cedere parte del proprio territorio a un’altra come pure chiede con curiosa determinazione il sindaco di Messina. Queste scelte nazionali, del resto, hanno una logica: collegano i porti ai propri territori, incastonandoli con coerenza in un progetto nazionale e internazionale, senza contraddizioni e in modo organico.

Ma la ragione di Pedà qui cessa perché il primo cittadino di Gioia sembra porre la questione con una forte e inaccettabile vena campanilistica avvertendo che comunque dovesse andare a finire (cioè anche se si spezza con Messina l’unitarietà della Calabria) la Governance “in ogni caso” deve essere di Gioia.

Insomma gioca pulito ma sbaglia, il sindaco di Gioia. Perché la Governance dell’autority non spetta a Gioia, né spetta, se ne facciano tutti una ragione, alla città metropolitana. La Governance del Porto spetta alla Calabria. E il pennacchio non c’entra. Si dà il caso che la Calabria sia l’unica dimensione (e istituzione) capace di un progetto che guardi all’intera penisola per farne un potente cuneo logistico nel cuore del Mediterraneo (sul cui mare Suez ha raddoppiato).

La Governance non è il potere di nominare le persone e il personale che la comporranno, ma la definizione del progetto, la lingua e il pensiero in cui ci si dovrà esprimere e operare. Il Porto di Gioia non serve per un pezzetto di potere in più nello scontro politico con gli avversari. Il Porto è l’ultima chances per una ripresa reale di questa parte del paese.

Ecco perché sarebbe bene si sentisse la voce del Governatore della Calabria.

Si leggano i grandi giornali economici e le valutazioni degli esperti: su Gioia la Calabria o si fa o si spacca. La città di Reggio, in questo quadro, ha una funzione oggettivamente decisiva e ineludibile (tra l’altro il suo porto è stato dichiarato d’interesse europeo). Se n’è accorto Renzi, con le dichiarazioni a Vespa, che assegna a Reggio una funzione straordinaria proprio perché è la città metropolitana del Porto di Gioia, da dove si può gestire una parte grande dei traffici mediterranei. Insomma, Reggio e la Calabria – se si tiene fermo il progetto – possono aiutare un grande salto in avanti del Mezzogiorno.

Non si tratta di pennacchi, quindi. Ma di cose più importanti che sanno di svolta storica dopo un’emarginazione secolare.

O il porto sarà lo strumento che collega la Calabria, tutta la Calabria (e la sua economia che finalmente riesce a crescere) con il resto del mondo o non servirà a nulla e, in questo malaugurato caso, chi strapperà la Governance se la frigge.

Un’ultima considerazione. Lo scontro sulla Governance anziché sulla definizione dell’autority, è fragile. Se passa l’anomalia Messina e l’autority della Calabria si spezza prima o poi la Governance passera alla città peloritana. Certo, si potrebbe allentare la botta perfino lasciando inizialmente l’Autority (la sede) a Gioia Tauro. Ma un’autority che non pensa più calabrese prima o poi sarebbe destinata ad allocarsi altrove.

Hanno ragione gli imprenditori della Confindustria di Messina che con il loro presidente (silenti i calabresi) hanno chiesto di entrare nell’autority che comprende Gioia Tauro e, insieme, chiedono si prenda atto che sono loro, la loro città di quasi 250mila abitanti, la forza egemone di un’autority così configurata. Chiedono coerenza. Cioè che il cervello dell’intera operazione venga istallato a Messina. Impossibile dargli torto.

Solo chi non ha dimestichezza con la politica e con le regole ferree dei rapporti di forza e di potere può immaginare, vorrei dire al sindaco Pedà, che “in ogni caso” non andrebbe che a finire così.