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… E dopo venne la cenere (e nascose le nostre vergogne)

… E dopo venne la cenere (e nascose le nostre vergogne)

 letna   di GIOACCHINO CRIACO -

.. Seguì all’acqua che succedette a una lunghissima estate di fuoco. Arrivò dall’altra parte del mare, levatasi in nuvola nera dalla sommità del monte rovente discese a mischiarsi al fango portato a valle da un’orda di fiumare selvatiche nate nel ventre di un monte un tempo luminoso…

No, non è una nuova profezia che vi regalo, evitate gesti scaramantici; l’esondazione dell’Allaro e di tante sue sorelle era prevedibile da due milioni di calabresi che passando sopra i ponti si vedevano, da anni, l’acqua a un pelo dalla strada. Nemmeno traggo veggenze apocalittiche da una successione di eventi che da noi sono cose che accadono: estate caldissima, diluvio autunnale, eruzione dell’Etna; ecco, magari una gelata eccezionale, non farebbe male, ammazzerebbe qualche batterio e aiuterebbe il vino a maturare.

Tutto sta nella norma, mica si può pensare alle piaghe d’Egitto; da noi ci stanno tanti don Rodrigo, ma un faraone non l’abbiamo. Neanche un Mosè abbiamo e non c’è un popolo che abbia voglia di libertà. Forse manca addirittura un popolo, figurarsi se il cielo si scomoderebbe per mandare segnali in Calabria, terra di individui, con manco la forza di raggiungere l’ignobiltà degli ignavi per meritarsi nudità, mosconi e vespe eterne dell’antinferno. Nemmeno uno sforzo di prosa vale, basta essere prosaici.

Incendi, alluvioni, dissesto idrogeologico. Contro una natura da sempre rabbiosa continuiamo a non avere rimedi. Proseguiamo a essere irrispettosi contro un ambiente stupendo e a non pensare a un progetto di salvaguardia di ciò che ci circonda, immensamente bello contro ogni nostro merito.

Siamo in balia di eventi che hai voglia a dire eccezionali, da noi accadono da sempre, in un ciclo senza fine a cui paradossalmente ci si opponeva meglio in passato, accudendo e curando, che oggi, cementificando e intervenendo senza criterio. Per questo la cenere cade, per nascondere le nostre vergogne, il nostro disinteresse; nessun segnale, solo che anche da lassù di tanto in tanto si stufano di noi, preferiscono non vederci almeno per un po’, mentre giochicchiamo con le ruspette di plastica per vincere i disastri che noi provochiamo, e vincendo il torpore che ci domina corriamo affannati da un posto all’altro, un convegno all’altro per convincerci che siamo vivi, che ce la si può fare..

A fare cosa? E’ il cosa il nostro problema e lo proiettiamo su chi ci dirige. L’dea del cosa fare, del dove andare, proprio non l’abbiamo. Navighiamo a vista e a retorica, perdiamo trenta milioni di euro dall’Europa per dotare Calabria Verde di mezzi e strumenti meccanici di intervento sui dissesti del territorio; ne investiamo sei per avere un progetto industriale privato che porterà a Gioia Tauro un’ottantina di milioni e un’industria automobilistica. E non è che fare macchine sia un peccato, ma pur lasciando stare i già fallimenti di Bugatti e Isotta-Fraschini; bisogna avere le idee chiare su cosa si voglia fare. Bisogna decidersi su quale sia, o dovrebbe essere, il nostro modello di sviluppo. Se è cultura, turismo, agro-alimentare, allora è prioritario il riassetto idrogeologico, le infrastrutture leggere e poco invasive. E’ prioritaria la sistemazione dei siti archeologici. La questione rifiuti. La salvaguardia del mare, della montagna. Un’istruzione buona ed efficiente.

Non esiste un biglietto per da qualche parte, il nostro problema e il nome delle stazione d’arrivo, che al momento è sconosciuto, scritto su un cartello coperto dalle ceneri dell’Etna.