Direttore: Aldo Varano    

L’INTERVENTO. Ma il M5s è nudo è incapace nella lotta contro le mafie

L’INTERVENTO. Ma il M5s è nudo è incapace nella lotta contro le mafie

di maio     di MASSIMO ACQUARO

- Di Maio è un politico intelligente. Il probabile competitor di Renzi alla guida del paese nelle prossime elezioni. Una leadership riconosciuta nel M5S, l’età giusta per convincere e vincere. Però.

Però la vicenda di Quarto ha evidenziato qualche smagliatura, ha messo alla luce la sostanziale insostenibilità della posizione che il M5S ha preso sul tema della legalità e della lotta alle mafie. E questo, ovviamente, preoccupa. Nel Movimento di Grillo si riconoscono milioni di elettori e di simpatizzanti. La vocazione governativa sarà messa alla prova tra qualche mese in città importanti, tra cui la Napoli di Di Maio, ed è lecito attendersi soluzioni intelligenti, praticabili, moderne.

In una intervista alla Stampa il deputato grillino ha detto: «Su Quarto il segnale più importante è che chiediamo le dimissioni al sindaco per dare un segnale alle mafie ed è una cosa che d’ora in poi ci tutelerà nei comuni che amministriamo e amministreremo. Nelle grandi città ci presenteremo con un metodo perfezionato». Come? «Chiederemo alla Direzione investigativa antimafia un parere informale sui nomi. Ricordiamoci però che su migliaia di liste certificate questo è il primo caso».

Mettiamo in ordine le questioni.

La prima. La richiesta di dimissioni del sindaco di Quarto e la sua espulsione dal Movimento sarebbero un «segnale alle mafie» le quali, immagino, dovrebbero capire che distruggono per contaminazione ogni candidato, consigliere, assessore ect. con cui entrano in relazione. Per altro verso la soluzione campana dovrebbe allertare il corpo politico facendo capire che chi è sorpreso a colloquiare con i boss è out, fuori dal gioco. Di per sé l’approccio è corretto. La contiguità politica deve essere sanzionata a prescindere dalla rilevanza penale che essa potrebbe avere. Di Maio immagina, tuttavia, una sterilizzazione dei rapporti umani, sociali, economici che è difficile praticare in molte parti del paese (e non solo al Sud).

In società in cui le organizzazioni sono diffuse e potenti la politica non riesce praticamente a sottrarsi al contatto mafioso. In un comizio, in un volantinaggio, in una parentela si annidano rischi che è impossibile evitare. La soluzione Quarto, con il sindaco preso a ceffoni ma mai indagato o sospettato di alcunché, rischia di tenere lontano dalla politica tante persone perbene, tanti onesti cittadini che, per evitare un tritacarne simile a quello toccato al sindaco campano, eviteranno di esporsi e di candidarsi. Nessuno ha la palla di vetro per sapere in anticipo ciò che neppure gli inquirenti sanno: ossia se un tizio è camorrista, ndranghetista o mafioso. Per evitare guai meglio lasciar perdere.

La seconda. Di Maio questo lo sa bene e suggerisce, allora, di trasformare la DIA in un luogo di consultazione “informale” della politica. Insomma, a Reggio ad esempio, un segretario di partito andrebbe a bussare alla porta della DIA portando con sé una lista di nomi e chiedendo un parere su chi va bene e chi va male o anche maluccio o benino. Naturalmente, se una cosa del genere accadesse (e non accadrà mai), sarebbe l’argomento decisivo in favore della proposta del procuratore Gratteri di chiudere la DIA e risparmiare denaro.

Nell'idea di Di Maio c’è tutto il limite della democrazia diretta o via web che il M5S ha lanciato come modello. Il manganello delle espulsioni in mano ad un’organizzazione cieca, perché non conosce il territorio, non seleziona i candidati, chiede improbabili autocertificazioni e, quindi, deve affidarsi alla polizia per avere l’assenso sugli eleggibili. Un mostro antidemocratico, ovviamente.

Al primo serio problema il Movimento mette in luce crepe preoccupanti nei metodi e nei fini. Ha prima scelto di non esserci nelle amministrazioni locali (Grillo e Casaleggio sono troppi furbi per non capire che lì c’è un problema ed un rischio enorme), poi appena ci ha messo un piede ha capito che può toccargli la sorte di un Pd o di una Forza Italia qualunque e non sa come fare. L’idea, bizzarra e demagogica, della consultazione della DIA è il segno di una grave debolezza della macchina organizzativa e della visione politica del M5S ecco perché Renzi ha preso, a sua volta, il randello ed ha picchiato duro.

Per battere le mafie a livello locale, l’unico in cui contano veramente, servono altre idee ed altri programmi e Di Maio mostra di non averne.