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Nord-Sud, burocrazia e istituzioni allargano il divario

Nord-Sud, burocrazia e istituzioni allargano il divario

sud   di VITTORIO DANIELE*

- Che esistano divari profondi tra Nord e Sud nella qualità delle politiche pubbliche e nel funzionamento delle istituzioni è noto a tutti. I divari riguardano ambiti fondamentali come l’istruzione, la sanità, la giustizia civile, per non parlare dei trasporti o della gestione dei rifiuti. Nelle regioni del Centro-Nord, in media, i servizi pubblici offerti in quegli ambiti hanno standard più elevati, maggiore efficienza e, perciò, si traducono in una qualità complessiva più elevata che al Sud. Non si tratta di percezioni soggettive o luoghi comuni. Lo dimostrano i fatti: l’emigrazione sanitaria dal Sud verso il Nord; le minori competenze degli studenti meridionali; le differenze nella durata dei processi o nella diffusione della raccolta differenziata, tanto per fare degli esempi.

Un’ulteriore conferma, ove ce ne fosse bisogno, arriva anche da un recente studio (Measuring Institutional Quality in Italy), dei professori Annamaria Nifo e Gaetano Vecchione, pubblicato dalla Svimez, in cui si misura la qualità delle istituzioni nelle regioni e province italiane negli anni 2004-2012. L’indicatore di qualità istituzionale si riferisce a cinque ambiti fondamentali: partecipazione sociale e politica; efficacia dell’azione di governo (ad esempio deficit sanitario, raccolta differenziata, strutture sociali ed economiche); qualità della regolamentazione; certezza del diritto (tempi dei processi, evasione fiscale, sommerso); corruzione.

I risultati dello studio mostrano un netto divario tra le regioni del Centro-Nord e quelle del Sud. La Toscana risulta la regione con la qualità delle istituzioni più alta, seguita dal Trentino Alto Adige e dall’Umbria. Le ultime posizioni della graduatoria sono occupate da regioni meridionali, con la Calabria all’ultimo posto.

Tra le regioni del Sud, il miglior risultato è quello dell’Abruzzo che, nel 2012, si trovava al nono posto, quasi al livello dell’Emilia Romagna. La graduatoria provinciale riflette, ovviamente, quella regionale. Le prime posizioni sono occupate da province del Centro-Nord, con quelle Toscane ai vertici della classifica. In fondo le province calabresi, con valori molto simili (la provincia di Cosenza si trova al 95esimo posto, a poca distanza dalle altre che chiudono la graduatoria). Non è insignificante il fatto che la Calabria si trovi in fondo alla classifica regionale sia nel 2004, sia nel 2012, mentre per altre regioni, come l’Abruzzo, si siano registrati, nel tempo, dei miglioramenti.

Sebbene ogni indicatore statistico sia parziale e, dunque, discutibile, è innegabile che nelle regioni meridionali (e in Calabria in particolare) esista un forte deficit nella qualità ed efficienza delle istituzioni. Un deficit che si riflette negativamente sullo sviluppo economico e, ancor più, sulla qualità della vita dei cittadini, ostacolando la piena attuazione di alcuni diritti fondamentali di cittadinanza. Il deficit nella qualità delle istituzioni ha, cioè, conseguenze sull’equità e genera disuguaglianze economiche e sociali.

Secondo lo studio citato, l’obiettivo di ridurre i divari regionali non può essere attuato senza avere istituzioni di qualità in tutto il territorio e una pubblica amministrazione ispirata a criteri di trasparenza, responsabilità, efficacia ed efficienza. Bisognerebbe, perciò, investire su un processo di riforma che punti a rimuovere i vincoli normativi e burocratici che creano inefficienze, migliorando la qualità delle amministrazioni. Nel Mezzogiorno, le politiche di coesione 2014-2020 potrebbero aiutare a rafforzare la “capacità amministrativa”. Non va dimenticato, però, che il compito di costruire una pubblica amministrazione efficiente, e di garantire uguaglianza nelle opportunità e nei diritti di cittadinanza in tutto il territorio nazionale, non spetta alle politiche aggiuntive o “straordinarie”, ma alle politiche pubbliche ordinarie.

Ma non è solo un problema di politiche nazionali. Poiché in Toscana o in Emilia le istituzioni e i servizi pubblici funzionano meglio che in Calabria, Campania o Sicilia, è evidente che il problema riguarda, innanzitutto, la politica o, come si usa dire, le “classi dirigenti” del Sud. È proprio questo il punto dolente. È un problema di selezione del ceto politico che, a sua volta, rimanda alla società meridionale, in cui la politica trae consenso e legittimazione. Un problema di non facile soluzione e, lo si capisce, vecchio quanto la questione meridionale.

*unicz