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Renzi. Le toghe, le mafie, la corruzione

Renzi. Le toghe, le mafie, la corruzione
toghe La strategia di Renzi sulla giustizia comincia a delinearsi con una certa chiarezza. Dopo la riduzione delle ferie e la nuova legge sulla responsabilità civile dei giudici la dura svolta impressa da Davigo (neopresidente dell’associazione dei magistrati) ai rapporti con la politica ha dato modo al premier di affinare le proprie mosse. Nei giorni scorsi in Calabria ed in Sicilia ha ripetuto il suo slogan adattandolo al particolare contesto criminale di queste regioni: la mafia si combatte con le sentenze non con le chiacchiere. E i magistrati hanno subito avvertito il pericolo che si annida in questa posizione.
Renzi l’aveva detto dopo la sortita del pm palermitano Di Matteo secondo cui mafia e politica erano sempre più a braccetto: i nomi e soprattutto le sentenze, aveva sibilato il capo del Governo.
La mossa è chiara. Da troppi anni ormai – è questo il retropensiero -, i pubblici ministeri si baloccherebbero in continue conferenze stampa per sfoggiare analisi politiche e sociologiche che invadono il campo della politica e non disdegnando consigli, ammonimenti e, qualche volta, sottili minacce.
Renzi sembra ritenere che su questo apparato mediatico poggia gran parte dello spazio che la magistratura italiana ha conquistato nel paese. Ci sono toghe che parlano di corruzione, scrivono libri, pontificano sui mali della politica senza aver mai portato a casa una sentenza. Ed il premier intende smontare questo apparato cominciando a contestare le toghe nel cuore del proprio potere: le sentenze please.
E di sentenze, sul rapporto tra mafia e politica, si sa, ce ne sono poche poche. In Calabria si contano sulle dita di una mano e in Sicilia le cose non vanno troppo diversamente. Per non parlare della corruzione. Le toghe si lamentano della prescrizione di processi che semplicemente ... non esistono.
I magistrati hanno fiutato la trappola e dicono che “parlare con le sentenze” equivale a mettere un bavaglio. Forse è vero, ma è altrettanto certo che Renzi sembra non sopportare più le lezioni di moralità, efficienza, legalità impartite dalle toghe senza che a queste corrispondano sentenze che dimostrino le tesi e confermino le analisi.
I contatti avuti in questi lunghi mesi con due magistrati lontani ed ostili alle correnti togate, come Gratteri e Cantone, gli hanno certo aperto gli occhi sulla fragilità della corporazione che, nella parte più esposta mediaticamente, porta pochi risultati concreti sul versante della corruzione (clamorosa l'assoluzione di Incalza il cui arresto ha portato alle dimissioni del ministro Lupi o il flop che ha reinsediato il calabrese Tonino Gentile nel suo scranno di sottosegretario, per citare ciò che ha toccato il premier più da vicino) e pontifica con supponenza e un pizzico di alterigia.
Renzi lo ha precisato anche a Reggio e a Palermo: la lotta alla mafia ed al malaffare non si fa con analisi e parole, ma con le sentenze. È la linea della sfida, e parlare di bavagli non aiuterà le toghe a sfuggire all’insidia del premier.