L'ANALISI. Platì e l’occasione perduta della Locride

L'ANALISI. Platì e l’occasione perduta della Locride
occasione   PREMESSA. E’ difficile intervenire su Platì dopo un anno di battaglia mediatica che l’ha trasformato in una metafora per usi diversi e contrapposti. E' scattata una gara di convenienze e opportunità in cui il cinismo è attore protagonista. Nessuno sembra interessato a chiedersi: Cosa serve e, soprattutto, cosa è possibile fare di concreto per (almeno) migliorare la condizione di Platì? La furbizia del nostro tempo ha spinto verso un'altra domanda: Cosa mi conviene fare, dire e sostenere su Platì perché io ci possa guadagnare in visibilità, bella figura, carriera o altro? Platì schiacciato ha perduto un'occasione.

UNO. Per sfruttarla a Platì tutti, ma proprio tutti, avrebbero dovuto rifiutare di candidarsi e votare. Serviva un ragionamento lineare: non ci sono le condizioni necessarie per eleggere sindaco e Consiglio. Non per colpa, una volta tanto, della ‘ndrangheta ma per responsabilità dello Stato. E’ lo Stato che ci blocca con una legge sullo scioglimento dei Comuni che non è servita mai nella lotta contro le mafie ed è (finalmente) giudicata anche dai magistrati e dalla presidente dell’Antimafia inutile e dannosa. Era il punto, io credo, su cui saldare la convergenza della Locride, di sindaci, politica, intellettuali. La voglia di riscatto, che pure c’è, sarebbe potuta crescere ampia e civile per trovare uno strumento veramente offensivo per le cosche e, insieme, capace di proteggere i Comuni dall’aggressione mafiosa. Ma questo non avrebbe aiutato titoli sparati sui giornali, televisioni, carriere e visibilità.

DUE. Ora le elezioni a Platì si sono svolte. In 2018 hanno riempito le urne col proprio errore. Un sindaco e un Consiglio comunale “regolari” ci sono. Anzi, c’erano. La minoranza rifiuta di farne parte perché è minoranza. Le sue ragioni sono oscure e incomprensibili, quindi inquietanti. Si assesta un equivoco colpo che, paradosso dei paradossi, ha perfino una razionalità: perché la minoranza che non ha il vantaggio del potere dovrebbe star lì a farsi sciogliere per mafia e sputtanarsi? Di èiù: perché la minoranza avrebbe dovuto farsi interdire quando, come tutti immaginano, il Consiglio verrà sciolto? Risultato: Comune senza minoranza è un Municipio con su il cartello: "Qui, c'è qualcosa che non funziona!", e il qualcosa è la democrazia.

TRE. Riassumo i dati certi: 1) A Platì la ‘ndrangheta c’è, è potente, quando serve feroce. Il nuovo sindaco ha detto che a Platì è come a Roma e Milano. Non è vero. Roma e Milano non sono mai state grandi capitali dell’Anonima sequestri che per anni ha terrorizzato l’Italia rubando incolpevoli bambini, vecchi, donne. Né c’è la stessa percentuale di condannati per mafia o reati che ne suggeriscono la presenza. 2) Che a Platì si voti o no per ordine della ‘ndrangheta è, invece, una sciocchezza. Mafie e voto a Platì, in questa occasione, non hanno rapporto. La ‘ndrangheta non è così stupida da tenere tensioni vive e luci accese bloccando affari e attirando poliziotti, magistrati, indagini, televisioni e giornalisti. Ci si deve mettere d’accordo: o è una potenza criminale con capacità strategica e quindi in grado di mimetizzarsi e farsi proteggere dal Cono d’ombra o è formata da rubagalline che campano di aria e spacconate. 3) Il perché a Platì i cittadini non andavano a votare è un problema mai affrontato con sufficienti lucidità e coraggio, anche se è e resta il perno mormorato a mezza voce del polverone mediatico che ha distrutto tutti i ragionamenti. 4) Eppure la risposta è facile: a Platì non votano perché sanno che il Consiglio comunale, chiunque si candidi e venga eletto, verrà sciolto per mafia. Come a San Luca. Unica differenza, San Luca questa volta non è stato travolto da alcun ciclone mediatico. 5) L’astensione come rivolta, soprattutto, l’ha nascosta sotto il tappeto il Pd che s’è avventato, trascinato dai media e poi facendosi trascinare, in una azzardata e stravagante campagna propagandistica. Alcuni dei suoi maggiori rappresentanti calabresi, a cominciare dal segretario regionale che è anche componente dell’Antimafia, si sono proposti come eroici candidati-liberatori di Platì per "importarvi" la democrazia. Alle prime sparate di questa follia, miele per i media che non a caso l’hanno cavalcata, è seguita la disponibilità a candidarsi di altri autorevolissimi esponenti Pd. Tutti in prima pagina e tutti a petto nudo per poi sparire lasciando sul campo la giovane Annarita Leonardi la cui volenterosa candidatura ha salvato la faccia togliendo dalla trappola quelli che vi si erano ficcati.  A gioco fatto, il supporto del Presidente del Consiglio (e nessuno è certo che non l’abbiano convinto Grillo o la Bindi, perché si facesse male).

QUATTRO. Controprova. Dalla Commissione parlamentare antimafia, prima delle elezioni, sono venute due notizie, serie e inquietanti: a Platì liste ok e con nessun “impresentabile”. Insomma, tutti candidati meglio di De Luca. Ma, seconda notizia, il vice dell’Antimafia, Claudio Fava, ha avvertito che il Consiglio (non ancora eletto) era ad alto rischio scioglimento.
Fava è figlio di un giornalista ucciso dalla mafia. Non ha invocato punizioni per Platì. Le sue dichiarazioni avrebbe potuto farle chiunque avesse valutato insieme candidati (e presentatori di lista), l’elenco telefonico di Platì, la legge che scioglie i Comuni. Sfogliando i tre documenti si capisce che gira e gira il Comune di Platì verrà sciolto. Nell’elenco telefonico di Platì, 3808 abitanti, ci sono 75 cognomi. A Brancaleone, 3634 abitanti un po’ più in là, ce ne sono 327, oltre 4 volte di più. A Platì secoli di isolamento hanno creato vastissime parentele che per quanto lontane e di improbabile certezza genealogica potranno e faranno (discrezionalmente) saltare il Consiglio per mafia. E' una probabilità molto alta. Fava ha scandalizzato i calabresi dicendo l'ovvio: Platì, a norma di legge, dev’essere sciolto. S'è preso un bel po' d'insulti, solo per avere correttamente riassunto la logica e la lettera di una barbarie giuridica.
Del resto, se la ‘ndrangheta è una parentale organizzazione di sangue, non c’è scampo per Platì (piaccia o no a Peppino Impastato). A Platì, e in una parte vasta della Locride - uso lo schema teorico di Louis Chevalier (Laterza, 1976) rilanciato recentemente in Italia da Francesco Benigno in uno straordinario saggio La mala setta (Einaudi Storia, 2015) -, classi popolari e classi pericolose convivono accanto, s’intrecciano sullo stesso striminzito fazzoletto di terra, hanno in comune, senza essere complici, fili e legamenti, conoscenze e parentele. E ogni volta che alle classi pericolose vengono regalate le classi popolari, la mafia acquista forza e prestigio.

CINQUE. Locride, politica, sindaci insieme a Governo e Parlamento non possono nascondersi: o aprono una scontro per cancellare l'attuale la legge che scioglie i Comuni (documentalmente inutile rispetto alla sconfitta delle mafie) facendo entrare persone e individui nel dopo Rivoluzione francese o devono programmare per Platì (Africo, San Luca…) lo svuotamento e la dispersione dei suoi abitanti. magari col lanciafiamme tornato di moda. Peccato che i cittadini di Platì non abbiano costretto tutti a tagliare il nodo.